Cultura - Tradizioni

San Biagio ed i suoi simboli tra Apollo e Marsia

di Nuccio Carrara
 
Gli dei si sono ecclissati, ma continuano ad inviare messaggi grazie alla potenza dei loro simboli. “La potenza del simbolo è più grande della potenza degli uomini”, diceva Olimpiodoro.
A Militello Rosmarino il 2 e 3 febbraio si svolgono i festeggiamenti in onore di San Biagio Vescovo e martire, nonché Patrono del piccolo comune dei Nebrodi in provincia di Messina.
Il 2 febbraio è anche il giorno della Candelora e la mattina si porta in processione la statua dell’Immacolata che va a “visitare” la chiesetta del Brignolito , in contrada Santa Maria, dove verrà celebrata la Messa in suo onore. Precedono la vara due file di donne recanti i rituali canestri (che in passato venivano portati sulla testa) pieni di candele che verranno benedette durante la Messa e che i fedeli accenderanno nelle notti funestate dal maltempo. Ma, sorretto da uno dei fedeli cui spetta questo compito per trasmissione ereditaria, guida la processione un alto ramo di alloro sulle cui fronde verdi è fissata l’effigie in argento di San Biagio: ‘a Rama di San Vrasi (il Ramo di San Biagio).
Il pomeriggio, poco prima dell’imbrunire, si porta in processione per le vie del paese il sacro Ramo preceduto da giovani con fiaccole accese che vengono realizzate in maniera rudimentale con mazzi di canne selvatiche: i cannizzoli.
Nella piazza principale si predispone una catasta di cannizzoli, una piramide a forma conica che, alla fine, viene fatta bruciare in un grande e suggestivo falò. Tutto il rito prende il nome di Sciara.
 
Il giorno successivo, il 3 febbraio, si svolge la processione del Santo Patrono portato a spalla sulla sua enorme vara. Dopo una prima Corsa (‘a Cursa di San Vrasi), realizzata nella parte finale della salita che porta alla piazza principale, il Santo viene fatto fermare ed i fedeli colgono l’occasione per accalcarsi attorno alla vara e chiedere a San Biagio, assiso sul suo trono vescovile in atto benedicente, una grazia o la semplice benedizione per sé e per i propri cari. Alcuni porgono delle offerte, preferibilmente in denaro, per onorare un voto o per ingraziarselo. Gli uomini sollevano sulle braccia i bambini che vengono invitati a toccarlo e baciarlo. 
La processione prosegue, poi, lungo il tradizionale percorso ed una seconda Corsa viene effettuata nell’ultimo tratto, prima di rientrare in Chiesa.
 
Le due Corse sono i momenti più suggestivi della processione: i portatori della vara, si mettono a correre probabilmente per simulare un originario “volo magico”. 
Un tempo forse le corse erano tre, una probabilmente si svolgeva nel luogo in cui si narra che la vara sia diventata così pesante da costringere i portatori a fermarsi ed il prete ad invocare il Santo affinché la processione potesse proseguire. Qui si compì il miracolo del volo della statua di San Biagio che, dopo essere divenuta estremamente pesante, improvvisamente si librò in aria andandosi a posare su di un albero di ulivo che da quel giorno fu chiamato ‘a Livera di San Vrasi (l’Ulivo di San Biagio). In ricordo dell’evento, sembra che ancora oggi la vara si appesantisca in quel punto e la processione sia costretta a fermarsi per ripartire soltanto dopo un intenso sparo di mortaretti, la Salva (‘a Sarva). Il Santo alla fine riparte, ma non prima di un ultimo invito rivoltogli dal sacerdote: “Biagio, cammina!”.
 
Ciò che non può sfuggire nei due giorni di festeggiamenti è l’emergere di riti “solari” e simboli di luce (candele, fuoco, alloro) riconducibili a precedenti culti pagani particolarmente radicati per potere essere del tutto soppressi dalla nuova religione.
 
La Sciara con ogni probabilità fa parte della serie di riti solstiziali invernali che hanno inizio con il falò natalizio, ‘u Zuccu di Natali (il Tronco di Natale), dedicato anticamente alla nascita del dio Sole che, in epoca cristiana, lasciò il posto al Cristo, nuovo Sole della nuova religione.
Tra i simboli di luce, l’alloro ci riporta alla memoria il mito di Dafne, la bella ninfa di cui Apollo si era perdutamente invaghito, e che, pur di sottrarsi alle attenzioni del dio, si diede alla fuga e si trasformò in alloro proprio quando stava per essere raggiunta e afferrata.
Da quel momento l’alloro divenne pianta particolarmente gradita ad Apollo ed a lui consacrata.
Altri miti confermano lo stretto legame tra Apollo e l’alloro: ad esempio, si narra che egli sia nato ai piedi di un alloro, che abbia reso tale pianta sempre verde, che amasse coltivarla e che si cingesse il capo con corone ricavate dai suoi ramoscelli. 
 
Ma tra i miti apollinei ce n’è uno che potrebbe spiegare, nel nostro caso, come un santo cristiano si sia potuto appropriare di simboli pagani: il mito di Apollo e Marsia, ai più noto attraverso Dante Alighieri che vi accenna nell’invocazione ad Apollo, nel primo Canto del Paradiso (vv. 19-21).
Marsia era un satiro che osò gareggiare con Apollo e rimase sconfitto nella gara col flauto, soggiacendo così alla dura punizione inflittagli dal dio: fu scorticato vivo. (Ovidio, Metamorfosi, Lib. VI, vv. 385-391).
Ebbene, il vescovo di Sebaste subì anch’egli la scorticazione della pelle da parte dei suoi aguzzini e carnefici che, per vincere la sua capacità di resistenza, alla fine lo decapitarono.
 
A questo punto San Biagio potrebbe non apparire come l’erede di Helios e di Apollo, ma come novello Marsia, che alla fine ha scalzato il suo vincitore appropriandosi dei suoi culti e dei suoi simboli.
Il cristianesimo, infatti che prima fu perseguitato dai pagani, alla fine risultò vincitore e, laddove non riuscì a reprimere i culti tradizionali, cercò di piegarli ai significati ed agli scopi della nuova dottrina. Comunque, non poté fare a meno di riti e simboli pagani. La festa, diceva Nietzsche, è essenzialmente pagana. E pure l’anima è naturalmente pagana (Cioran).
 
Infine, piace ricordare che San Biagio fu pure medico e guaritore, in particolare, dei malanni della gola. Ma pure Apollo è un guaritore, "il guaritore degli dei", ed a Roma vi era un tempio dedicato proprio ad Apollo Medicus.
 
E mentre si svolge la festa tra fanfare, urla ed inni, i grifoni volteggiano lenti nel cielo, giusto per ricordarci che essi sono gli avvoltoi sacri ad Apollo e che "il simbolo spinge le sue radici fino alle più segrete profondità dell'anima" (Bachofen).
 
Nuccio Carrara 4, febbraio, 2015