Cultura - Tradizioni

Il 24 giugno si festeggia il solstizio d'estate

di Nuccio Carrara

"Che nessuno durante la festa di S. Giovanni o altre solennità si abbandoni alle pratiche dei solstizi, delle danze, delle carole e dei canti diabolici”. Cosi ammoniva S. Eligio nel VII secolo, ma le pratiche dei solstizi nonostante l’antica avversione delle gerarchie del clero cristiano sopravvivono ugualmente in più parti d’Italia e d’Europa, ne è un esempio la festa dei muzzuni ad Alcara Li Fusi.

 

In questo piccolo centro dei Nebrodi alle falde di un enorme appicco roccioso, il monte Traora, che sovrasta la suggestiva valle del Rosmarino, la sera del 24 Giugno, solstizio d’estate, ogni quartiere prepara il suo "altarino", fa bella mostra di se rivestita di seta e riccamente ornata di fiori, spighe di grano, oro e gioielli. Tutt’intorno, alle finestre, ai balconi, per terra, vengono stesi tappeti e drappi dai colori molto vivaci, opera delle abili mani di poche donne anziane che ancora lavorano al tularu, e giovani e meno giovani di entrambi i sessi suonano, cantano e ballano fino a tarda notte.

La tradizione popolare, che risente evidentemente dell'opera cristiana di contaminazione dei miti e dei riti pagani, vorrebbe vedere nel muzzuni, per la sua somiglianza ad un collo con il capo mozzo (il termine infatti ha la stessa radice di mozzare) il simbolo della decapitazione di San Giovanni. Tale spiegazione, però, è insostenibile anche nell’ambito di una esegesi cristiana della festa commemorandosi il 24 Giugno non la morte, ma la nascita del santo. La coincidenza, nel mondo cristiano, del solstizio d'estate con la nascita dei Battista, che nei Vangeli viene presentato come colui che cede il passo al Cristo, dopo averne preparato l'avvento, non è casuale. Come acutamente fa osservare René Guenon, c'è difatti una precisa espressione del santo che è suscettibile di un preciso "significato cosmico": bisogna che egli cresca (solstizio d'estate, inizio della metà discendente).

Nell'ambito delle celebrazioni dei solstizi, la festa del muzzuni colpisce per la sua singolarità. A differenza, infatti delle altre tradizioni molto diffuse in tutta Europa, non è il fuoco, chiaro simbolo solare, retaggio delle civiltà indoeuropee, l'elemento centrale del rito solstiziale, ma l’anfora, simbolo tellurico da riferire al culto della Terra Madre (Tellus Mater, la dea-madre per eccellenza delle religioni pre-arie del bacino mediterraneo). La stessa divinità la ritroviamo sotto nomi diversi, nella tradizione greco-latina attraverso un processo di assimilazione dei culti con cui, in vari modi ed in tempi diversi, essa venne a contatto. Cosi, ad esempio, Gea, Cerere, Demetra, Cibele, Fortuna ed altre divinità femminili, sono riferibili allo stesso archetipo divino: la dea-madre “matrice di ogni cosa”.

Tra gli attributi di queste divinità si riscontrano chiare analogie col muzzuni, si pensi alle spighe di grano ed alla cornucopia, il corno dell'abbondanza traboccante frutti di ogni genere. Questa, addirittura, potrebbe dirsi anch'essa una sorta di muzzuni persino nel senso letterale del termine (mozzo, mozzato cui già s'è dato cenno) essendo il corno della capra che allattò Giove, Amaltea, che si ruppe contro un albero e che le ninfe raccolsero ed adornarono di fiori sicché il padre degli dei, come ricompensa, glielo fece traboccare di frutti d’ogni genere. Per quanto riguarda il culto della dea Fortuna c’è pure una coincidenza cronologica con i festeggiamenti del muzzuni, difatti a Roma la sua festa ricorreva il 24 Giugno.

Per attingere, però, più direttamente e più in profondità alle valenze simboliche del muzzuni, bisogna riferirsi a quelle che il Bachofen chiama "civiltà delle madri" ed ai loro culti “demetrici” (da Demetra che in greco significa appunto dea-madre). L’assunzione dell'anfora a simbolo della Madre Terra nel substrato preellenico delle civiltà mediterranee é rintracciabile, già dall’età del bronzo, nel rito della inumazione. Il corpo del defunto, collocato dentro un'anfora in “posizione fetale", viene così seppellito a significare il suo ritorno al grembo della Comune Madre tellurica.

In epoca storica è possibile trovare delle corrispondenze nel culto di Iside (da Erodoto identificata con Demetra) dea-madre degli Egizi “al cui cenno germogliano i semi, crescono i germogli”. A riguardo ci é particolarmente utile la descrizione fatta da Apuleio nell’XI libro del suo Asino d'oro, della festa più importante in onore della dea a Roma (dove il culto fu introdotto nel II sec. a.C incontrando l'avversione degli imperatori che cessò soltanto con Caligola nel I sec. d.C.) il Navigium Isidis , Era questa una processione in cui sfilavano verso la "Nave di Iside", oltre ad una gran folla di fedeli, suonatori di zampogne e di flauti, maschere e cantori, i sacerdoti del culto avvolti in bianche tuniche di lino recanti in mano gli attributi della dea tra cui spiccava un’anfora, “Immagine venerabile della divinità suprema”.

La testimonianza di un altro rito in onore di Iside che presenta evidenti analogie con il muzzuni ci è data da un affresco del tempio della dea a Pompei oggi al Museo Nazionale di Napoli, che raffigura l'ostensione dell'urna sacra (chiaro simbolo della dea, come s'è visto) su di un altare presso cui officia una sacerdotessa sotto gli occhi dei fedeli.

Crediamo quindi di  poter ragionevolmente concludere che il solstizio d’estate per una comunità agricola come quella alcarese, nonostante la sua cristianizzazione, segna anche e soprattutto l’avvento della stagione delle messi, dell'abbondanza, della stagione in cui si possono raccogliere i frutti della Terra, di Demetra-Cerere, ed il muzzuni è il simbolo della dea e della fertilità del suo grembo divino.

Anche a non voler condividere la tesi di Nietzsche che “le feste sono pagane nella sostanza”, per la festa dei muzzuni non c'è spazio per dubitare che essa sia pagana non solo nella sostanza, ma anche nella forma (l’unica incrostazione cristiana la si può trovare nella benedizione iniziale del muzzuni) e che costituisca inoltre un modo, forse unico, di celebrare il solstizio d’estate, quasi “residuo morenico” (per dirla con Evola) dì una civiltà irrimediabilmente tramontata.

Obiettivo,1985