Cultura - Spunti
La sfida metapolitica ai dogmi del pensiero unico mondialista
 
di Marco Tarchi 
 
La necessità di riaffermare il valore delle frontiere e delle identità
Com’era da aspettarsi, lo spirito del tempo che è andato disegnandosi lungo l’intero corso del secondo dopoguerra sta dando i suoi frutti più maturi. Il connubio fra il culto del progresso diffuso dalle élites intellettuali e la globalizzazione governata dalle élites economico-finanziarie e dalle classi politiche che ne vanno al traino ha prodotto un’accelerazione nei cambiamenti del costume, delle mentalità e dei flussi di trasferimento di uomini, merci e denaro a livello planetario che non ha precedenti nella storia del mondo. L’individualismo celebra quotidianamente nuovi successi e l’ideologia del desiderio illimitato, garantita dal trionfo della logica dei diritti su quella dei doveri, si espande senza trovare ostacoli significativi.
 
Il nomadismo è sempre più preferito alla stanzialità, al gusto per il radicamento in un luogo si sostituisce la voglia di annullare le frontiere e di eleggere domicili precari. L’eguaglianza da ideale di livellamento sociale si trasforma in aspirazione ad abbattere ogni criterio di differenziazione etnica e culturale, a rendere tutti identici, ad assimilare ogni segno di distinzione in un modello unico, di cui l’aperto elogio del meticciato come condizione qualitativamente superiore, perché fatta di incroci, commistioni, apporti di origine sempre meno decifrabile, è l’inevitabile conseguenza. Il mondo a una dimensione è, nelle menti di molti nostri contemporanei, cosa fatta – e ben fatta.
 
L’idea che scegliere il sesso a cui appartenere sia un’aspirazione legittima, che di leggi imposte dalla natura non ne esistano, che qualsiasi legame affettivo comporti il riconoscimento di prerogative da parte dello Stato, che qualunque tipo di ordine sia un’imposizione a cui è lecito ribellarsi, acquista un credito crescente. Teoria del genere, ideologia dei diritti dell’uomo, ripulsa del concetto stesso di frontiera, riduzione dell’identità a fattore esclusivamente soggettivo, senza più alcun rapporto con entità collettiva, concorrono a divulgare questi modi di pensare, che gli strumenti di comunicazione di massa, e i loro operatori e finanziatori, si incaricano di martellare nelle menti.
 
Normalizzare ciò che per secoli la coscienza comune ha considerato eccezionale e/o inaccettabile, istigare a rompere con le tradizioni consolidate e ad abbandonare i concetti di limite e di misura è il compito che le “classi colte” si sono assegnate e svolgono con l’impegno che l’ebbrezza di sentirsi dalla parte del Bene e del Giusto ha sempre ispirato ai fautori delle rivoluzioni, ai fautori di Nuovi Ordini e Nuovi Uomini, disposti a fare tabula rasa e terra bruciata di ogni resistenza pur di raggiungere lo scopo che si prefiggono.
 
Di fronte a questo spettacolo di disgregazione, in cui si frantumano i legami sociali usuali, vengono meno i codici di riconoscimento reciproco dei residui aggregati comunitari, perdono significato i concetti di popolo e nazione, incalzati dallo spettro di un’Umanità omogenea e indistinta, non tutti si sono ancora arresi, accettando senza fiatare il nuovo credo recitato dalle migliaia e migliaia di voci degli adepti del Migliore dei mondi possibili, liberale, consumista, multietnico ma di fatto avviato al monoculturalismo occidentale. Ci sono ancora dissenzienti, ribelli, inquieti dell’attuale corso delle cose. C’è ancora chi si scandalizza, magari più in privato che in pubblico, perché teme di essere additato all’esecrazione dall’onnipresente polizia del pensiero. C’è chi, non potendone più di ascoltare opinioni che giudica assurde e nefaste, stacca la spina dalle comparsate televisive di politici e opinion makers, diserta la lettura dei giornali in cui dal pulpito degli editoriali vengono ammanniti sermoni moralistici improntati al più bieco conformismo, non mette piede nelle sale cinematografiche che offrono pellicole di registi unidirezionalmente “impegnati” a recare il proprio contributo al clima culturale dominante. Ma tutti, o quasi, questi reprobi malpensanti esprimono il loro disagio esclusivamente by default, in forma di rifiuto, di astensione, di distacco. Il loro modo di dire no all’andazzo corrente è il silenzio. La defezione. Il “non ci sto”.
 
Il motivo di questo ripiegamento su se stessi di gran parte degli avversari dello Zeitgeist della nostra epoca è facilmente individuabile, e anche comprensibile. In tempi che pullulano di insegnanti pronti a censurare le idee “cattive” degli allievi, dalle elementari all’università, di giornalisti che si fanno un vanto di mettere alla berlina comportamenti non a norma con i codici del retto pensiero, di attivisti del politicamente corretto che in ogni sede e con i mezzi più vari, inclusa la violenza, si sforzano di impedire alle opinioni altrui qualunque canale di espressione, viene spontaneo giudicare eccessivo il prezzo da pagare per esporsi, per battersi allo scopo di arginare, e se possibile rovesciare e invertire di segno, l’attuale andamento delle cose. Occorre però capire che, se si sceglie la via della dissidenza silenziosa, si finisce con il dare l’impressione che una opposizione a ciò che sta accadendo non esista, e con il mettere ancora più fortemente in circuito un veleno pericolosissimo, che ha già raggiunto ampie zone delle nostre società: quello della rassegnazione.
 
È proprio questo il virus che sta infliggendo i maggiori danni a quegli ambienti non conformisti che, pur eterogenei, frammentati, divisi, strutturalmente incapaci di raccogliersi attorno a strategie e – men che meno – sigle o strumenti di comunicazione comuni, e tutt’altro che esenti da vizi, manie, pregiudizi e ritardi culturali che spesso producono spiacevoli effetti boomerang, insistono nel voler dare pubblica rappresentazione al loro dissenso. Molte delle loro iniziative suscitano in parti tuttora non esigue dei vari contesti sociali attenzione, simpatia, condivisione – sentimenti che non si convertono, tuttavia, in concreto sostegno, in adesione attiva, in partecipazione a far conoscere nei rispettivi ambienti i punti di vista non convenzionali che pure li hanno attratti. Non lo fanno perché ritengono che, ormai, non ci sia più niente da fare, che le cose continueranno ad andare nella stessa direzione che hanno preso attualmente, che tutto sia inutile perché quel che sta accadendo è “inevitabile”.
 
Inculcare nei cervelli la sensazione di inevitabilità dei fenomeni ai quali si sta assistendo è da sempre un’arma letale nelle mani dei sostenitori del determinismo storico, in particolare di quelli che hanno sposato l’ideologia del progresso. Se le cose sono andate in un certo modo, è il loro argomento-base, è perché dovevano andare in quel modo: la Storia ha un senso inarrestabile, a cui opporsi è pretesa vana, è utopia, è illusione. Senza rendersene conto, è a questo assunto ideologico che stanno aderendo i molti sedicenti “non conformisti” che oggi si sono rassegnati a fenomeni come l’immigrazione di massa, la disgregazione del concetto tradizionale di famiglia, la pretesa di far scomparire nozioni come quelle di sesso e di etnia. I loro ragionamenti vanno tutti in direzione di un accomodamento con la logica del tempo presente, che sperano siano il meno dispendioso o doloroso possibile. E, fiaccando la volontà di resistenza di chi non si è ancora arreso alla loro logica compromissoria, favoriscono i disegni di chi, nella situazione presente, prospera e coltiva i propri interessati disegni.
 
Ciò è particolarmente visibile nel campo discorsivo che riguarda l’immigrazione. Trovando conforto nelle parole della Chiesa e dei suoi rappresentanti più autorevoli, negli accorati appelli delle associazioni “umanitarie” e di volontariato, dell’intellettualità accademica e giornalistica, dei politici di quasi ogni colore e dei personaggi dello spettacolo, questi dissidenti a corrente alternata giudicano impossibile – e quindi “disumano” – arrestare la marea di richiedenti, più che asilo, benessere che si sta abbattendo da anni sul continente europeo.
Di fronte allo spettacolo degli sbarchi riusciti e degli affondamenti di barconi, degli accampamenti alle frontiere, dei fili spinati e dei muri, le loro coscienze recepiscono solo il registro della commozione e della compassione. Giudicando “di pietra” i cuori altrui, sostituiscono i loro alle menti: non si preoccupano di capire le conseguenze, in termini di disagi e magari di catastrofi sociali e culturali, del loro atteggiamento. Pensano che qualcuno, comunque, ci penserà e rimedierà. Si battono il petto – e fanno bene – per le colpe del colonialismo europeo dei secoli scorsi, si indignano – e fanno ancora più bene – per i guasti provocati in Africa, in Asia e in Sud America dall’ingordigia delle compagnie industriali e finanziarie dell’Ottocento, avide di materie prime e indegne sfruttatrici della manodopera locale, nonché per le azioni meno visibili e non meno distruttive poste in atto dalle ancor più insensibili e predatrici multinazionali odierne. Ma si limitano a considerare le migrazioni in massa il logico e – appunto – inevitabile risvolto della medaglia.
Accettano, insomma, la legge del taglione: “occhio per occhio, dente per dente”. Il fatto che, vedendo venire il proprio turno, l’Europa sia con ampie probabilità destinata a far fronte a una forte crescita di conflittualità sociale ed ingiustizie – perché, come è stato giustamente detto da più parti, i “disperati” accettati in nome dell’accoglienza, della solidarietà e dell’incapacità politica di attuarne il rimpatrio finiranno col vivere in larga misura di sussidi statali pagati con le imposte dei cittadini già residenti e, in gran parte, alimenteranno una armata di riserva del Capitale addetta al lavoro nero e al contenimento dei salari – sembra non inquietarli. Né, a quanto pare, si preoccupano del fatto che i molti milioni di immigrati estranei per formazione e processi di socializzazione ai valori culturali e religiosi e ai modi di vita delle popolazioni autoctone eroderanno, fino forse a cancellarle, tradizioni e caratteristiche che queste ultime hanno saputo e voluto conservare per secoli.
 
Il danno che questi sedicenti non conformisti, teorizzatori – anche in altri ambiti: non poche sono le voci che dallo stesso versante si sono espresse per un ridimensionamento dei problemi relativi al diffondersi della teoria del genere e alla resa delle classi politica alle rivendicazioni della lobby Lgbt e degli ambienti “radical-libertari” – dell’inevitabilità dei fenomeni che stanno sfigurando la nostra epoca, e della conseguente obbligata rassegnazione, è di profonda gravità. E fa il paio con quello prodotto dai tanti che, pur non ancora convinti che sia inutile opporsi, lasciano ad altri il compito di farlo e si rinchiudono nella posizione dell’osservatore scettico e disincantato.
 
Certo, anche senza esporsi si possono inviare segnali, e lo hanno clamorosamente dimostrato le cifre elettorali, fino a pochi anni fa impensabili, raggiunte in occasioni recenti dalle formazioni populiste, le uniche che – seppur spesso confusamente, e per certi versi discutibilmente – danno prova di una volontà di opposizione alle tendenze più dannose in atto nelle società attuali. Prima i successi di numerosi di questi soggetti politici alle elezioni europee del 2014, poi il 30% sfiorato dal Front national alle regionali del novembre-dicembre 2015 e il 49,7% della candidatura Hofer alla presidenza della repubblica austriaca sono indicatori che non ingannano, e che i sondaggi indicano premonitori di ulteriori avanzate. Tuttavia, per le caratteristiche organizzative ancora precarie di alcuni di  questi movimenti e partiti, per il loro essere legati ad un pubblico di sostenitori più propenso a manifestare umori che a coltivare convinzioni, per la sommarietà delle loro basi programmatiche, puntare esclusivamente sulla loro azione per rimediare ai guasti provocati dai fautori dello spirito del tempo presente sarebbe una scelta miope.
 
Quel che occorre, per avere speranze di vincere – nel lungo periodo:  di questo si deve prendere atto – la partita in corso, è la promozione di idee, suggestioni, messaggi alternativi e costruttivi su un terreno metapolitico.
Lo sosteniamo ormai da quarant’anni, e la convinzione della fondatezza di questa impostazione non fa che crescere dentro di noi ogni volta che osserviamo la realtà che ci circonda. È sul terreno della conquista delle mentalità, è con gli strumenti della riflessione e della conoscenza, che si vince o si perde questa battaglia, in cui la politica non può che avere un ruolo sussidiario e accessorio. Non è ancora tardi per capirlo e per scuotersi dal torpore, per respingere le lusinghe dei teorici dell’inevitabile accettazione dello stato presente delle cose e per scuotersi di dosso la rassegnazione.
 
Il cammino sarà lungo e difficile, come lo è stato sin qui. Alain de Benoist scrive che “la banchisa ha iniziato a fondere e le dighe ad incrinarsi. Nessuno ci crede più”. Invidiamo il suo ottimismo, senza riuscire a sottoscriverlo, ma il nostro messaggio converge con il suo. Rassegnarsi è un delitto contro la nostra stessa coscienza di uomini liberi.
 
(editoriale dell’ultimo numero di Diorama Letterario numero 330. Per abbonamenti visitate il sito www.diorama.it) 
Pubblicato il 3 luglio 2016 da Marco Tarchi