Editoriali - Nuccio Carrara
Una tempesta in un bicchiere. Potrà sembrare semplicistico e riduttivo riassumere così gli effetti provocati dalla decisione di Berlusconi di sparigliare tutto con il suo nuovo partito del Popolo della Libertà e con la sua improvvisa disponibilità al dialogo con gli avversari sulla legge elettorale.
Ma a guardare bene - sine ira et studio - ciò che sta accadendo (a parte l’indiscussa abilità del cav. nel prendersi quasi tutta la scena nel momento di maggiore difficoltà), il quadro politico, ancorché sconvolto, non potrà cambiare più di tanto.
Il bipolarismo è finito, afferma Berlusconi; La Casa delle libertà è finita, gli fa eco Veltroni. Ma a dispetto di simili affermazioni, che hanno un sapore apocalittico, non si vede all’orizzonte una reale alternativa al quadro politico esistente. Il “rompete le righe” dentro le alleanze  può venire solo dalla riforma della legge elettorale. Cosa non facile, anzi oltremodo difficile se non impossibile. Berlusconi vorrebbe una riforma in tempi brevi, magari in direzione del sistema tedesco: una vera contraddizione in termini perché il sistema tedesco non è realizzabile senza modifiche costituzionali. Tempi non certamente brevi. Veltroni propone di modificare non solo la legge elettorale, “ma anche l’assetto istituzionale del paese”. Tempi lunghissimi.
Cambiare la legge elettorale esistente sarà impresa titanica ed all’orizzonte incalza il referendum, la bestia nera di Mastella, ma non solo . A Costituzione vigente, per scongiurare il referendum, sono possibili solo poche modifiche che possono toccare la soglia di sbarramento, l’indicazione del premier, il vincolo di coalizione e la reintroduzione delle preferenze. Ma neppure su queste cose vi è accordo né dentro le (ex) coalizioni, né tra le (ex) coalizioni. Per non dire che una ipotesi di riforma al ribasso, senza bipolarismo “esplicito” (con vincolo di coalizione)  o“implicito”(con soglia di sbarramento alta ) sancirebbe la fine prima di cominciare per Veltroni futuro premier: addio Palazzo Chigi, addio sogni di gloria.
Qualcuno potrebbe pensare ad un accordo tra “grandi” che assicuri il tempo necessario per le riforme. Ma il referendum arriverebbe comunque e, tra una legge elettorale ancora da fare (dagli esiti incerti) ed un referendum dagli effetti risaputi (premio di maggioranza al partito di maggioranza relativa e soglie di sbarramento alte, 4% alla Camera e 8% al Senato) le elezioni anticipate potrebbero apparire il male minore e sedurre anche alcuni partiti della maggioranza: Udeur, Pdci, Verdi ecc. Primum vivere. Meglio andare ad elezioni che andare verso sicura estinzione.
L’accordo tra i “grandi” rimane comunque una ipotesi accademica perché è impensabile che il Cavaliere possa sostenere il governo Prodi, o un altro governo a termine, per fargli fare le riforme .
Riesce anche difficile pensare che Fini e Casini si possano impelagare, senza Berlusconi, in una avventura riformista (in soccorso dei “vincitori”) che li porterebbe alla perdita di credibilità e consensi nell’elettorato di centro-destra. In altre parole, le elezioni anticipate costituiscono lo sbocco naturale di una situazione complicata e per di più sono nel cuore di molti e non solo di Berlusconi. In tal caso si voterà con la legge attuale che prevede l’indicaizone del premier ed il vincolo di coalizione. Bisognerà fare buon viso a cattivo gioco e tornare a pensare di stare insieme nelle coalizioni contrapposte (seppure litigiose e paralizzanti).
Se poi si dovesse arrivare al referendum, Fini dovrà pentirsi di averlo sostenuto, Casini e Bossi si dovranno pentire di aver tentato di esorcizzarlo con le aperture al dialogo. Berlusconi, con l’aria che tira si ritroverà davvero con le “mani libere” (ed è questa la vera novità)  per sostenerlo e vincerlo a furor di popolo. Dopo (sondaggi permettendo) potrà correre da solo, senza rendere conto ad alleati inaffidabili, oppure potrà correre con altri alleati più leali e senza mire di successione.
Alla luce di queste brevi considerazioni, la “tempesta” provocata da Berlusconi acquista un valore più propagandistico che strategico, volto a tenere tesa la corda, a non abbassare la soglia di attenzione. Il “nuovo” partito di quasi-nuovo avrà solo il nome, ma costituisce in effetti il tentativo (riuscito) di rilanciare Forza Italia e mettere all’angolo gli alleati riottosi.
Il rifiuto di An ad aderirvi mette fine alla ipocrisia del suo leader che invocava a gran voce il partito unico fin tanto che pensava che non si sarebbe mai realizzato. Gli riusciva particolarmente utile per proporsi come punta avanzata della Casa della Libertà.
L’Udc ha fatto sempre quello che è costituzionalmente nelle sue corde: Fiutare l’aria per non rimanere “spiazzata”. Ma dovrà prima o poi cambiare naso perchè non è all’orizzonte né la fine di Berlusconi né l’agognato governo istituzionale. Insomma, c’è in atto una tempesta politica, ma è sempre una tempesta all’italiana. Mi riesce difficile prenderla sul serio.
Nuccio Carrara