Editoriali - Nuccio Carrara
Si fa un gran parlare dei senatori a vita che sono diventati, ormai è un luogo comune, “le stampelle” del governo Prodi. La Destra fa giustamente osservare che, non avendo ricevuto un esplicito mandato dal popolo sovrano, farebbero meglio ad astenersi dal dare sempre e comunque il loro sostegno al governo anche quando (ormai è evidente) non ne condividono le scelte o nutrono parecchi dubbi. Solo così potrebbero apparire imparziali e mettersi fuori dalla mischia politica dimostrando davvero di sedere sui scranni del Senato perchè “hanno illustrato la Patria per altissimi meriti nel campo sociale, scientifico artistico e letterario” anziché per una scelta presidenziale politica di parte. Si badi, nell’articolo della Costituzione appena citato non si fa alcun riferimento a meriti nel “campo politico”.
Per quanto riguarda gli ex presidenti della Repubblica, che finito il mandato sono diventati senatori a vita, perché così prevede la Costituzione, va osservato che, pur avendo un percorso politico alle spalle dentro i partiti politici (che poi si è rivelato fondamentale per occupare le più alte cariche dello Stato fino all’elezione al Quirinale), l’esperienza del settennato presidenziale avrebbe dovuto sviluppare in essi un senso di imparzialità così forte da porli al di sopra delle fazioni politiche e delle loro risse per il potere.
A questo va aggiunta una considerazione di ordine sistemico. Quando le maggioranze venivano definite da alleanze post-elettorali (leggi: prima Repubblica), la vita dei governi non dipendeva, e non poteva in alcun modo dipendere, dalla pattuglia dei senatori a vita. Il Capo del governo non aveva una investitura popolare, non guidava una coalizione e non era responsabile della realizzazione di un programma elettorale sottoposto all’approvazione del corpo elettorale.
Il Capo del governo era il frutto di accordi tra le segreterie dei partiti che, tra l’altro, erano spesso accordi molto precari se si pensa che nei primi quarantotto anni della Repubblica vi sono stati ben cinquantuno governi. Il popolo era tenuto fuori dal Palazzo e dei senatori a vita non si accorgeva nessuno.
Oggi le cose sono cambiate. Prodi si è presentato all’elettorato come candidato premier, con una coalizione variopinta che va dal bianco pallido al rosso vivo e che, una volta al governo, avrebbe dovuto reggersi sul consenso politico della sua coalizione. Che però non ha ottenuto la maggioranza per governare. Ecco, quindi, che i senatori a vita svolgono una funzione politicamente “inquinante” sotto il profilo della legittimità democratica del governo perché offrono (seppure legittimamente) il loro consenso “non politico” e non supportato da una scelta elettorale.
A questo punto, a fronte di un governo che si ostina a governare non c’è più un consenso elettorale pieno e legittimante. La democrazia è quantomeno azzoppata.
Adesso prendersela con le stampelle di Storace mi sembra eccessivo e sembra persino un espediente non molto riuscito per eludere il problema che è lì, più grande di una montagna.
E’ un problema di stile, di uno stile che non c’è, di rispetto della propria funzione che non è la stessa degli altri senatori, eletti per confrontarsi nella lotta politica, magari scontransi in una dialettica accesa. Il loro ruolo dovrebbe essere più alto e più nobile proprio perchè riconducibile non a ragioni politiche, ma ad “alti meriti” extrapolitici che –tra l’altro- li affrancano dalle fatiche elettorali che richiedono un “arruolamento” di parte.
E’ inutile e dannoso far finta che non esista il problema dei senatori a vita, far finta che i Padri della Patria stiano lì per “illustrare” la Patria e non per sorreggere, “stampellare” Prodi perché venga scongiurato il ritorno di Berlusconi.
Sì, perché alla fine il problema è proprio questo ed è stato sempre questo.
Coloro che invocano il precedente del primo governo Berlusconi o non sanno come si svolsero davvero i fatti oppure sono in malafede.
Basta leggere un brano dell’ultima fatica letteraria di Cossiga per capire quanto “sinistra” sia stata la “coerenza” dei senatori a vita anche in quella occasione.
Berlusconi nelle elezioni del 1984, pur vincendole, non era riuscito ad ottenere una maggioranza al Senato dove gli sono andati in soccorso i senatori a vita.
Ma leggiamo Cossiga: “Insieme a Fanfani, Leone e Agnelli anch’io votai per la fiducia garantendo la nascita del primo governo Berlusconi. Era stato il Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro a spiegarmi che in caso contrario sarebbe stato costretto a ricorrere a nuove elezioni, col risultato annunciato di una valanga di voti per il Polo delle Libertà.” (Cossiga, Italiani sono sempre gli altri, Mondadori, pag. 226).
Sono parole che si commentano da sole. Cossiga e Scalfaro, ex Presidenti della Repubblica, sono oggi senatori a vita. Ieri come oggi il vero problema è quello di garantire la canna dell’ossigeno al governo in carica, ma non per responsabilità istituzionale, ma per evitare elezioni anticipate, per evitareil “risultato annunciato di una valanga di voti” a Berlusconi.
La modifica della legge elettorale, quindi, è solo un pretesto per sopravvivere nella speranza che il Palazzo trovi una soluzione per indebolire l’irriducibile avversario. Ci sono riusciti una volta con Scalfaro, ci provano oggi con Napolitano. Restituire al popolo la sua sovranità ferita e umiliata è una necessità avvertita da tutti ma non da loro. Che non ci parlino poi di democrazia.