| Editoriali - Nuccio Carrara |
Se ne parla, ma non se ne parla abbastanza o, se volete, non tutte le implicazioni sono realmente venute fuori e valutate per la loro reale incidenza sull’assetto istituzionale e sugli sviluppi elettorali prossimi venturi.
Stiamo parlando del referendum sulla legge elettorale che costituisce una bomba ad orologeria, una mina che inevitabilmente esploderà se nessuno riuscirà a disinnescarla prima.
Se esploderà, come ci auguriamo, sarà un terremoto che travolgerà presunte “identità” politiche e parecchi sedicenti leader politici.
Non so dire se, in caso di vittoria dei si, la “porcata” di Calderoli, (cioè la legge elettorale in vigore voluta e imposta da Casini e Follini che, sul finire della precedente legislatura, chiedevano al Presidente del Consiglio Berlusconi un segnale di “discontinuità“), si trasformerà, per effetto delle “correzioni” del referendum che potrà solo abrogarne alcune parti, in una buona legge (ho qualche dubbio), ma di sicuro ne verranno fuori effetti positivi.
Proviamo ad esaminarli.
• Alla Camera il premio di maggioranza, non verrà più assegnato alla coalizione vincente, ma al partito che avrà riportato più voti.
Per intenderci, se questo criterio fosse stato adottato per le ultime elezioni politiche, a Forza Italia (partito di maggioranza relativa) sarebbero andati 70 deputati in più rispetto a quelli previsti dall’assegnazione con metodo proporzionale puro. Proporzionalmente gli altri partititi avrebbero visto assottigliarsi le proprie truppe.
• Verrà introdotta per tutti i partiti indistintamente la soglia minima del 4% alla Camera e dell’8% al Senato per avere diritto alla rappresentanza parlamentare.
Anche qui, applicando retroattivamente questo metodo, la stragrande maggioranza dei partiti che si sono presentati alle scorse elezioni non avrebbero avuto rappresentanti in Parlamento. Al Senato, poi, avremmo visto arrancare persino i parti di media grandezza: su venti regioni Rifondazione Comunista avrebbe ottenuto senatori solo in cinque regioni (Piemonte, Liguria, Toscana, Umbria, Marche e Lazio); l’Udc solo in tre (Sicilia, Puglia e Marche); la Lega, addirittura, solo in due (Lombardia e Veneto).
Come è facile capire, per effetto di queste modifiche normative, la ricerca del maggiore profitto o del minore danno nonché lo stesso istinto di sopravivenza, costringerebbe i partiti a mettere da parte fantomatiche “identità” (spesso paravento di inconfessabili egoismi) ed a privilegiare qualcosa in più di una semplice alleanza con altri partiti ritenuti portatori di valori e/o proposte “compatibili“. Per poter sopravvivere con qualche rappresentanza parlamentare sarebbe inevitabile la ricerca di forme identitarie più “ampie” fino a potersi presentare tutti sotto uno stesso simbolo.
Sarebbe una forte spinta verso la creazione di partiti “unici” o “unitari” (per effetto di fusione) o “federati” (tenuti insieme da un patto elettorale) sia a sinistra che a destra con indubbi benefici per il nostro traballante bipolarismo.
Il “ricatto“, costante ed incapacitante per la maggioranza e per l’opposizione, dei partiti piccoli, i cui appetiti sono inversamente proporzionali alla propria consistenza elettorale, (perché spesso, purtroppo, sono ritenuti - e talvolta lo sono davvero - indispensabili per vincere le elezioni prima e per governare dopo) verrebbe controbilanciato dal “rischio di estinzione” che renderebbe più equilibrati e ragionevoli i loro leader. La conseguente drastica riduzione dei partiti porrebbe fine anche alla “scheda-lenzuolo” e si potrebbe votare con una scheda elettorale di venti centimetri anziché di un metro: già tutto questo varrebbe un referendum, ma c’è dell’altro.
• Non saranno più possibili candidature in più di un collegio elettorale. Così non vedremmo più i capi-partito candidati dappertutto. Ciò porrebbe fine all’increscioso meccanismo delle rinunce “mirate” volte a favorire o a danneggiare alcuni candidati risultati primi dei non eletti. Ne deriverebbe, inoltre, una maggiore visibilità per i vertici politici locali. E non sarebbe male perché sono questi i veri protagonisti (e responsabili) della politica sul territorio.
Come si vede, si tratta di modifiche non di poco conto e sicuramente gradite agli elettori che amano la semplificazione del quadro politico e non capiscono le furbizie dei “grandi” politici né i giochetti “identitari” dei partiti bonsai che invocano spazi e ruoli che non meritano.
Ma gli “sminatori” nel Parlamento sono già all’opera, silenziosi, pronti a disinnescare la bomba prima che esploda e li travolga. Pronti a rifilarci la “porcata due“: una legge elettorale gattopardesca che lasci sostanzialmente immutato il paesaggio politico.
Intanto, però, il tempo scorre inesorabilmente e ci sono tante altre mine sul percorso del del governo. E non è detto che il referendum non arrivi. Ben venga il referendum.
Nuccio Carrara
Stiamo parlando del referendum sulla legge elettorale che costituisce una bomba ad orologeria, una mina che inevitabilmente esploderà se nessuno riuscirà a disinnescarla prima.
Se esploderà, come ci auguriamo, sarà un terremoto che travolgerà presunte “identità” politiche e parecchi sedicenti leader politici.
Non so dire se, in caso di vittoria dei si, la “porcata” di Calderoli, (cioè la legge elettorale in vigore voluta e imposta da Casini e Follini che, sul finire della precedente legislatura, chiedevano al Presidente del Consiglio Berlusconi un segnale di “discontinuità“), si trasformerà, per effetto delle “correzioni” del referendum che potrà solo abrogarne alcune parti, in una buona legge (ho qualche dubbio), ma di sicuro ne verranno fuori effetti positivi.
Proviamo ad esaminarli.
• Alla Camera il premio di maggioranza, non verrà più assegnato alla coalizione vincente, ma al partito che avrà riportato più voti.
Per intenderci, se questo criterio fosse stato adottato per le ultime elezioni politiche, a Forza Italia (partito di maggioranza relativa) sarebbero andati 70 deputati in più rispetto a quelli previsti dall’assegnazione con metodo proporzionale puro. Proporzionalmente gli altri partititi avrebbero visto assottigliarsi le proprie truppe.
• Verrà introdotta per tutti i partiti indistintamente la soglia minima del 4% alla Camera e dell’8% al Senato per avere diritto alla rappresentanza parlamentare.
Anche qui, applicando retroattivamente questo metodo, la stragrande maggioranza dei partiti che si sono presentati alle scorse elezioni non avrebbero avuto rappresentanti in Parlamento. Al Senato, poi, avremmo visto arrancare persino i parti di media grandezza: su venti regioni Rifondazione Comunista avrebbe ottenuto senatori solo in cinque regioni (Piemonte, Liguria, Toscana, Umbria, Marche e Lazio); l’Udc solo in tre (Sicilia, Puglia e Marche); la Lega, addirittura, solo in due (Lombardia e Veneto).
Come è facile capire, per effetto di queste modifiche normative, la ricerca del maggiore profitto o del minore danno nonché lo stesso istinto di sopravivenza, costringerebbe i partiti a mettere da parte fantomatiche “identità” (spesso paravento di inconfessabili egoismi) ed a privilegiare qualcosa in più di una semplice alleanza con altri partiti ritenuti portatori di valori e/o proposte “compatibili“. Per poter sopravvivere con qualche rappresentanza parlamentare sarebbe inevitabile la ricerca di forme identitarie più “ampie” fino a potersi presentare tutti sotto uno stesso simbolo.
Sarebbe una forte spinta verso la creazione di partiti “unici” o “unitari” (per effetto di fusione) o “federati” (tenuti insieme da un patto elettorale) sia a sinistra che a destra con indubbi benefici per il nostro traballante bipolarismo.
Il “ricatto“, costante ed incapacitante per la maggioranza e per l’opposizione, dei partiti piccoli, i cui appetiti sono inversamente proporzionali alla propria consistenza elettorale, (perché spesso, purtroppo, sono ritenuti - e talvolta lo sono davvero - indispensabili per vincere le elezioni prima e per governare dopo) verrebbe controbilanciato dal “rischio di estinzione” che renderebbe più equilibrati e ragionevoli i loro leader. La conseguente drastica riduzione dei partiti porrebbe fine anche alla “scheda-lenzuolo” e si potrebbe votare con una scheda elettorale di venti centimetri anziché di un metro: già tutto questo varrebbe un referendum, ma c’è dell’altro.
• Non saranno più possibili candidature in più di un collegio elettorale. Così non vedremmo più i capi-partito candidati dappertutto. Ciò porrebbe fine all’increscioso meccanismo delle rinunce “mirate” volte a favorire o a danneggiare alcuni candidati risultati primi dei non eletti. Ne deriverebbe, inoltre, una maggiore visibilità per i vertici politici locali. E non sarebbe male perché sono questi i veri protagonisti (e responsabili) della politica sul territorio.
Come si vede, si tratta di modifiche non di poco conto e sicuramente gradite agli elettori che amano la semplificazione del quadro politico e non capiscono le furbizie dei “grandi” politici né i giochetti “identitari” dei partiti bonsai che invocano spazi e ruoli che non meritano.
Ma gli “sminatori” nel Parlamento sono già all’opera, silenziosi, pronti a disinnescare la bomba prima che esploda e li travolga. Pronti a rifilarci la “porcata due“: una legge elettorale gattopardesca che lasci sostanzialmente immutato il paesaggio politico.
Intanto, però, il tempo scorre inesorabilmente e ci sono tante altre mine sul percorso del del governo. E non è detto che il referendum non arrivi. Ben venga il referendum.
Nuccio Carrara