Editoriali - Nuccio Carrara
Cuffaro non si arrende mai, neppure di fronte all’evidenza: una condanna a cinque anni di carcere (che non sono pochi) più la ciliegina della interdizione perpetua dai pubblici uffici. Pena sospesa, si capisce, ma credibilità compromessa. Non basta invocare la presunzione di innocenza fino alla condanna definitiva (che pure trova tutela nella nostra Costituzione).
Ovviamente si spera e ci si augura che il Governatore della Sicilia sia innocente, ma le dimissioni sarebbero un gesto di responsabilità e di lealtà nei confronti dei Siciliani.
Una volta si sarebbe detto che la moglie di Cesare non dovrebbe essere sfiorata neppure dal sospetto; oggi ci si è evoluti e per di più Cuffaro non è la moglie di Cesare. Ma le istituzioni sono comunque qualcosa di più della moglie di Cesare e dello stesso Cesare. Se Cuffaro non è mafioso (e la cosa ci fa piacere) tuttavia, secondo il Tribunale, ha favorito se non proprio la mafia almeno qualche mafioso. Se non è zuppa è pan bagnato. A questo punto arroccarsi nel fortino del potere significherebbe prolungare l’agonia di un governo impotente, disorientato ed in crisi di legittimazione; stretto tra l’incudine di una ostinazione al limite dell’arroganza e la sospensione automatica, ormai dietro l’angolo, prevista dalla legge “per la prevenzione della delinquenza di tipo mafioso…” (art.15, comma 4 bis, lettera a) della legge n. 55 del 1990). Non vale a nulla invocare l’Autonomia e lo Statuto speciale della Regione Siciliana. Per la legge nessun amministratore può godere di un regime “speciale” di fronte al rischio della infiltrazione mafiosa. Non sta scritto da nessuna parte, e non potrebbe essere altrimenti, sin quando non si vorrà violentare i principi elementari del diritto e del buonsenso.
Se quindi Cuffaro non si è dimesso subito, lo faccia quanto prima. Non si affidi ai bizantinismi dei legulei che amano spaccare il capello in quattro. Non vi sono più margini né per i cavilli interpretativi né per i festeggiamenti con cannoli.
Nuccio Carrara