| Editoriali - Nuccio Carrara |
di Nuccio Carrara
“Elezioni, trappola per coglioni”, così riassumevano il pensiero di Sartre i giovani contestatori francesi durante il fatidico maggio del ’68. Più educatamente il filosofo definiva gli elettori “materia passiva dell’etero-condizionamento”. Detto così le teste calde non avrebbero capito granché. Meglio una sintesi forte ed efficace. Meglio uno slogan.
Lo slogan sessantottino però, anche se concepito per le elezioni politiche francesi, sembra appropriato per le nostre elezioni comprese quelle amministrative. Prendiamo il caso di Sant’Agata che ci tocca più da vicino. Il 6 e 7 giugno prossimo, circa diecimila elettori verranno chiamati ad eleggere il sindaco e venti consiglieri comunali.
Per il sindaco il sistema elettorale (maggioritario e uninominale) prevede procedure semplici che, in teoria, non si dovrebbero prestare a “trappole” particolarmente pericolose. Di fatto gli elettori dovranno scegliere tra due candidati (il terzo è solo ornamentale) e la scelta è semplice: o uno o l’altro. Alla fine l’eletto si vedrà legittimato da una quota consistente dell’elettorato, sicuramente superiore al cinquanta per cento.
Il discorso cambia per l’elezione del consiglio comunale che viene eletto col sistema proporzionale plurinominale: più liste con venti (o quasi) candidati ciascuna. Vi concorrono ben 12 liste mettendo in campo circa 240 candidati, uno ogni 40 elettori o poco più.
Pensare che con la primavera sia sbocciata anche una forte voglia di partecipazione democratica, dopo anni di letargo collettivo, sembra francamente azzardato. Più realisticamente, la voglia di “partecipazione” non è mai appassita solo nel cuore di quanti (abbastanza pochi) vogliono rimanere o entrare nella scena politica attraverso l’uso mirato di una legge elettorale che si presta ad esiti, a dir poco, paradossali. Soprattutto se viene utilizzato il metodo “barcellonese” che ne costituisce una originale variante in via interpretativa-attuativa. La formula su cui si basa, già sperimentata con successo, è molto semplice: più truppe (liste), più candidati, più voti per “trascinare” più consiglieri (predestinati) ed il proprio candidato a sindaco. (Un giorno, magari non lontano, se il suo ideatore e profeta farà un sforzo supplementare, forse si potrà raggiungere l’ambito traguardo della partecipazione totale: Tutti elettori, tutti candidati).
Così, se in tempi ormai lontani la possibilità di esprimere più preferenze spingeva i candidati al consiglio di una stessa lista ad organizzarsi per “cordate”, oggi, potendosi esprimere una sola preferenza, ogni “capo-bastone” viene “indotto” a costruirsi una “propria” lista a proprio uso e consumo andando preferibilmente in soccorso del probabile vincitore che, col premio di maggioranza, può anche offrire più “spazi”.
Questo meccanismo, almeno al nastro di partenza, dà un certo margine di vantaggio al candidato sindaco che si presenta con più liste rispetto agli avversari nonché agli organizzatori delle liste se candidati nelle stesse e se “fatte in un certo modo”: calibrando correttamente gli altri candidati per non correre pericoli.
Per quanto riguarda S. Agata lo squilibrio tra i candidati è evidente. Il sindaco uscente dispone, nelle proprie otto liste di riferimento, di 160 candidati che, con una cifra media pro capite di 40 voti, lo porterebbero a 6.400 voti garantendogli un ampio margine sul suo diretto avversario che, invece, può disporre solo di tre liste e quindi (potenzialmente) di circa 2.400 voti “trascinati” dai suoi 60 candidati.
Se i candidati a sindaco si fronteggiassero ciascuno con un’unica lista di riferimento, la competizione sarebbe sicuramente più equilibrata e trasparente. Così avviene nelle altre regioni d’Italia per i comuni fino a quindicimila abitanti. Ma Sant’Agata è una cittadina siciliana e noi siciliani siamo “speciali” - come da Statuto - soprattutto nel complicarci la vita. E così si è deciso di introdurre il sistema proporzionale anche nei comuni, come il nostro, che non superano i 15 mila abitanti, ma superano i 10 mila.
Quando le liste sono troppe, però, tendono inevitabilmente ad essere delle scatole vuote, prive di una identità politica e di un qualsiasi progetto politico. Non sono riconducibili chiaramente a forze politiche organizzate sul territorio (ancorché tra di esse compaia qualche simbolo di partito) né ad autentiche espressioni civiche capaci di dare voce a segmenti vivi e significativi della società civile. La loro caratterizzazione politica, secondo i diretti interessati, la si vorrebbe far consistere nei legami di amicizia con gli onorevoli Tizio, Caio, o Sempronio: tutti illustri estranei alla vita santagatese. In realtà esse esprimono solo una “partecipazione democratica” malata con molta “materia passiva” dentro. Ecco quindi che mettere in piedi una lista non significa dare voce ad una parte del paese, ma mettere su un pacchetto di azioni per fare il consigliere, l’assessore o il presidente a qualsiasi costo. Il costo, ovviamente, non è detto che sia solo metaforico poiché le decine e decine di candidati che sanno già di non essere eletti non si ficcano a cuor leggero in una lista solo per portare acqua al mulino altrui gratis o per spirito di carità o per semplice patriottismo. Quanto “costa” un candidato riempitivo? Dipende dal mercato, dall’incontro tra la domanda e l’offerta, dal calcolo dei costi e dei ricavi. Comunque “costa”.Si può andare dalle promesse in su… Per di più, secondo la teoria di un mio illustre cugino, il candidato può rivelarsi per la lista un utile “acquisto” preventivo di voti che non necessita di una fastidiosa verifica post- elettorale.
Stando così le cose, le liste si rivelano delle autentiche “trappole” per catturare voti. Ed alla fine i consiglieri eletti rappresenteranno “legittimamente” la città col consenso di un elettore su cento o forse meno. Troppo poco per poterli ritenere “legittimati” se gli altri 99 elettori li hanno ignorati.
A questo punto non sarebbe meglio il sorteggio per scegliere i venti consiglieri comunali? La dea bendata non potrebbe fare peggio di elezioni come queste e comunque lo farebbe senza “costi” e senza “trappole”. Sicuramente Pericle, padre della democrazia, approverebbe entusiasticamente. Nella sua Atene solo lui veniva eletto direttamente dal popolo in quanto stratego, comandante supremo. Tutti gli altri, dai membri dell’Assemblea alle altre cariche dello Stato, venivano sorteggiati.
Senza elezioni, almeno, non vi sarebbero né “trappole” né “coglioni”. E Sartre ed i suoi agitati giovanotti potrebbero stare tranquilli.
Nuccio Carrara