Editoriali - Nuccio Carrara
Negli anni bui della cosiddetta Prima Repubblica noi di destra eravamo il “Polo escluso”. Tangentopoli ha travolto un sistema politico bloccato, ormai in via di decomposizione, e noi improvvisamente ci siamo ritrovati ad essere soci fondatori (di primo piano) del “Polo del buon governo”(1994). Poi ci siamo chiamati “Polo delle libertà”(1996) e successivamente “Casa delle libertà”(2001). Più recentemente, tutti insieme siamo scesi in piazza contro il governo delle sinistre e ci hanno chiamato “Popolo del 2 dicembre” (2006).
Adesso, per volontà di Storace e della Santanché, dopo aver combattuto con alterne vicende contro le sinistre per portare al governo Berlusconi ed il centro-destra, improvvisamente siamo diventati (o tornati ad essere) la destra del ghetto, il “Polo escluso” - appunto - in nome di un simbolo“nuovo”, ma dal vago sapore di muffa (peraltro continuamente rimaneggiato), che dovrebbe esprimere una identità forte, irrinunciabile, non più compatibile con quel popolo al quale siamo già appartenuti e che oggi si chiama “Popolo della libertà”. In sostanza, l’ultimo passaggio dalla Casa delle libertà al Popolo della libertà ci ha visto esclusi, ci è stato fatale e non si capisce perché.
Tutto ciò mentre all’orizzonte si profila un referendum elettorale che prefigura un sistema istituzionale a spinta non più semplicemente bipolare, ma accentuatamente bipartitica. E mentre incombe una campagna elettorale che vede le “vecchie” regole (confronto tra due coalizioni) piegarsi alle “nuove” (confronto tra due partiti-coalizione) ancorché formalmente non scritte da nessuna parte.
E’ ormai tempo, infatti, che i “vecchi partiti” ed anche i “nuovi” provino a porre l’accento su ciò che va fatto insieme (come già si sperimentò con il maggioritario uninominale) e non su ciò in cui si crede singolarmente (come spinge a fare il proporzionale); a cercare le compatibilità e non ad esasperare le differenze; a portare la propria identità dentro una famiglia politica più grande dentro la quale riorganizzare ed armonizzare le differenze.
Agli Italiani servono progetti concreti e non lo sventolio sterile di identità pulviscolari ed incapacitanti. In sintesi, passare dalla esperienza di governo della vecchia alleanza di centro-destra alla fiamma di Romagnoli, triste epigono del già triste Rauti (ancorché di ben altra statura), significa passare da una destra positiva, propositiva e di governo ad una destra negativa, oppositiva, di lotta e di ghetto.
E mentre il grande fiume della Storia scorre con flusso travolgente, anziché affrontare le rapide e confrontarsi con l’imprevisto e l’imprevedibile, si preferisce guadagnare la riva, rinunciare ad essere protagonisti; si preferisce non contare ma, più semplicemente, contarsi. Contro tutti. Contro nuovi e vecchi avversari e contro i vecchi alleati. E dopo la conta? Beh! Si vedrà… Troppo poco. Anticamera del nulla. Destra antagonista, destra velleitaria? No, grazie! Il discorso è chiuso.
Nuccio Carrara