«Via, 'l terùn». Sfogli la Repubblica e ti sembra di leggere la Padania di 20 anni fa
di Ishmael
Ormai è un coro: l'Italia è in balia della canaglia, dei rivoltosi, i taxisti con le loro licenze strapagate di cui si sentono (neanche a torto) espropriati, i farmacisti con le loro botteghe esclusive ridotte a esercizi qualsiasi, gli autotrasportatori che bloccano le autostrade e strillano sinistri slogan contro l'esecutivo bocconiano e quirinalizio, e poi gli avvocati idrofobi, i notai con la bava alla bocca, ma soprattutto la plebe, anzi la Vandea siciliana, movimento magari di popolo però reazionario, ostile per egoismo e avidità alla Grande rivoluzione fiscale egualitaria del Caro Leader.
Sfogli Repubblica e ti sembra di leggere la Padania di vent'anni fa, quando la stampa leghista lanciava il suo antico grido di guerra: «Va via, terùn!»
Sentite qua, per esempio: «Il ribellismo siciliano è sempre stato portatore di disgrazie (_) c'è da stare sicuri che non s'annuncia nulla di buono (_) La sommossa [è] partita dall'isola, per fame e per disperazione, dicono loro, gl'insorti (_) Si è acceso un fuoco che sarà molto difficile da spegnere. La testa del serpente è lì». E poi: «Minacce e gomme tagliate, ecco i violenti della rivolte».
S'unisce al coro l'Unità: «Protesta legittima, ma pericolosa, è bene dirlo subito, per i cittadini e per l'ordine pubblico».
Gli stessi giornali che, negli ultimi dieci anni, hanno sempre negato persino l'esistenza dei Black Bloc quando mettono a ferro e fuoco le città (sono «poliziotti travestiti», lo sanno tutti, ingenuo o peggio chi lo nega) oggi credono ciecamente nell'esistenza dei «duri dell'asfalto», immancabilmente fotografati col passamontagna, come anarcoinsurrezionalisti da fumetto.
Soltanto il Manifesto, a firma di Mario Tronti, già mammasantissima dell'operaismo italiano degli anni sessanta-settanta, non tratta a pesci in faccia quelli che un tempo, a sinistra, ogni volta che faceva comodo, passavano per «movimenti» e che oggi rimpiccioliscono fino a diventare «categorie di nicchia», che sono poi la feccia del ribellismo sociale.
«Questo governo», dice Mario Tronti, sta «creando conflitti, com'è tipico della mentalità tecnocratica, con le categorie di nicchia invece che con gl'interessi di fondo». Ma più che altro, Tronti o no, è un coro di condanne.
Via dalle autostrade, camionisti. E voi, taxisti, a casa. Date un bicchier d'acqua a quei farmacisti: che si prendano un tranquillante. Contadini, alle zappe, subito. E i marinai in mare, sperando che la barca, minchia, domattina torni sola. Vergogna.
Battersi contro il Caro Leader! È uno scandalo. Ma anche il premier, se potesse parlare, avrebbe le sue rimostranze da fare, una su tutte: «Giù quella lingua, diamine, dal mio posteriore!».