Da Carfagna a Fitto e Alfano: il declino dei giovani leoni Pdl
di Alessandro De Angelis
Parabole. Hanno studiato da nuova classe dirigente legata al territorio. Le difficoltà del centrodestra nel risiko delle regionali li sta ridimensionando. E Berlusconi è molto nervoso. Giovani promesse o clamorosi bluff? L'interrogativo serpeggia nelle stanze del potere berlusconiano.
Perché la meglio gioventù del Capo - quella leva di quarantenni inserita nella locomotiva di governo - alla prova della politica dura è caduta, o quasi. Raffaele Fitto, ad esempio. Era stato investito dal premier del ruolo di garante del Sud, nel governo. E finché si è cimentato nel bilanciare gli slanci nordisti di Calderoli tra le scartoffie del federalismo fiscale ha tenuto, e anche bene. Ora però, nella sua Puglia, sta regalando la vittoria a Vendola. Chi ha parlato col premier lo definisce «deluso», «amareggiato» da Fitto. E non a caso ieri il Cavaliere su Rocco Palese ha evitato di rispondere: «Non parlo di politica.
Parlo solo delle realizzazioni di governo». Non solo la candidatura di “Rocco chi” la considera fuori dal mondo. Ma non gli è piaciuto nemmeno come il pupillo del doroteismo salentino ha gestito la vicenda: gli appelli dei consiglieri regionali pugliesi, le pressioni del gruppo di parlamentari che Fitto controlla, gli accordi del ministro con i notabili pidiellini per metterlo dinanzi al fatto compiuto. Per non parlare dell'avvertimento che Fitto gli ha sbattuto in faccia, proprio a palazzo Grazioli: «Presidente, io la campagna per la Poli Bortone non la faccio». Un affronto. Tanto che nella cerchia ristretta del premier in molti pensano che la partita non sia ancora chiusa, anche a costo di una rottura col promettente quarantenne.
E pensare che quando si aprì l'era del Silvio IV dietro la promozione dei giovani c'era un disegno preciso: formare una nuova leva di politici, dopo che nel Silvio III i tecnici, da Stanca a Lunardi, non avevano certo lasciato traccia nella storia. Avanti dunque gli alti, belli e abbronzati. Come Maria Rosaria Carfagna detta Mara. Dinanzi a lei sembrava schiudersi un avvenire radioso. Si parlò di un suo impegno come portavoce del governo, o come candidata alla poltrona di governatrice in Campania.
Vette degne di un politico vero. Un ruolo che l'ex reginetta dei calendari ha provato a interpretare intasando il Parlamento con iniziative che mezzo gruppo del Pdl considera inutili, aiutata dall'ex guru della comunicazione berlusconiana Luigi Crespi. Quelle per risvegliare il moralismo e farsi accettare dalla destra, come la lotta alla prostituzione. Quelle per ricevere applausi a sinistra in nome del politically correct, dallo stalking alla campagna contro l'omofobia.
Eppure, nonostante i titoli sui giornali, la bella Mara ora ha bisogno di una scialuppa di salvataggio. In Campania ha mezzo partito contro. Anche coloro che aveva appoggiato come il presidente della provincia di Salerno Edmondo Cirielli. Sul tavolo delle regionali poi non si può certo dire che la sua voce si sia sentita. Ma per evitare che si svelasse il bluff, al suo rilancio di immagine ci ha pensato Silvio. Proprio lui ha deciso che la ministra sarà capolista del Pdl il Campania. I 6X3 col volto della Carfagna tappezzeranno Napoli, perché - spiegano al comitato per Caldoro - «le elezioni questa volta si vincono senza parlare di politica, ma mostrando l'immagine del rinnovamento». Mara sa farsi fotografare, ma non ha i voti. E così il Cavaliere ha spedito a Napoli il fedelissimo Maurizio Iapicca per assicurare quelle 80mila preferenze che servono ad entrare in consiglio regionale. Già trovato l'accordo, in stile prima repubblica: gliele gireranno il potente presidente della provincia Luigi Cesaro, il consigliere regionale uscente Fulvio Martusciello e il vicecapogruppo del Pdl alla Camera Italo Bocchino.
Perché qualche operazione personale il premier l'ha gestita in prima persona, sia pur all'interno di un giro elettorale in cui ha pagato più di un prezzo per tenere compatti i notabili pidiellini. In Toscana, ad esempio, ha imposto la quarantenne sindaca di Castiglion della Pescaia Monica Faenzi. Una scelta, ufficializzata ieri, che ha fatto saltare l'accordo siglato dal coordinatore Denis Verdini e dal ministro Altero Matteoli su Riccardo Migliori, ex aennino col pizzetto alla Italo Balbo.
Tuttavia l'investimento sui quarantenni sembra essere fallito. Pure a un altro “Berlusconi boy” di rango come Angelino Alfano il territorio è sfuggito di mano. Soffocato dalle leggi ad personam per i guai giudiziari del premier, di fatto, è assente dalla Sicilia dal un bel po'. Col risultato che è nato un nuovo Pdl isolano dalla saldatura di finiani e Micciché - con la benedizione del presidente della Camera - dialogante con Lombardo. Nella nuova giunta gli uomini di Micciché sono tre, i finiani due. Mentre Alfano è alla voce: non pervenuto.
La crisi di una generazione di governo va da sud a nord. Anche il ministro dell'Istruzione Mariastella Gelmini non sembra aver lasciato tracce di sé in Lombardia, dove è stata pure coordinatrice di Forza Italia. «Mariastar» è attivissima al governo. E anche nella comunicazione viaggia alla media di due o tre interviste la settimana. Ma i poteri che contano in Lombardia non sentono più il bisogno di contattarla. Mentre Berlusconi sente, eccome, il bisogno di un uomo forte che controlli lo strapotere di Formigoni. Per questo si appresta a nominare il fedelissimo Mario Valducci alla guida del Pdl lombardo. E chissà se è un caso che di anni ne ha più di quaranta.
30 gennaio 2010