Gli Usa mostrano i denti e Israele ha missili intercontinentali

di Piero Laporta 

Mentre ricorre l'anniversario dimenticato della repressione coi carri armati sovietici della rivolta dell'Ungheria, possiamo dirci compiaciuti della fine della Guerra fredda ma, proprio per questo, sussiste la necessità che l'Italia rifletta sull'opportunità di dichiararsi neutrale.

Un ottimo spunto di riflessione è la guerra in Libia, i cui retroscena ItaliaOggi ha anticipato da un anno a questa parte.

Queste riflessioni appartengono pure a William F. Engdahl, ingegnere e giornalista, una delle tante voci che si levano negli Usa contro l'amministrazione guerrafondaia, guidata dal premio nobel per la pace Hussein Barak Obama.

Engdahl sostiene che le rivolte nordafricane rispondono al piano «The greater Middle East project», formulato da George Bush jr sin al G8 dal 2003. L'establishment statunitense, osserva Angdahl, non intende ammettere, analogamente a quanto accadde nella fase terminale dell'impero britannico, che il declino Usa abbia superato il punto di non ritorno.

I media russi sposano le stesse tesi e additano il triplice obiettivo degli Usa: il controllo del petrolio, dei fondi sovrani pullulanti in Medio oriente e l'accerchiamento della Cina per condizionarne il futuro economico e strategico, richiamandosi alla strategia di Zibigew Brezinski, enunciata sin dal 1997.Tutto lo stato maggiore e gli schieramenti strategici degli Usa sembrano infatti convergere intorno alla Cina, dei cui terribili e trasparenti preparativi, militari e agroalimentari, ItaliaOggi riferì pochi giorni fa. L'indebitatissimo premio Nobel per la pace, Obama, si accinge, non di meno, a spendere 700 miliardi di dollari per potenziare le armi nucleari, preceduto da Israele che fa altrettanto, col suo arsenale nucleare a terra e sul mare (sei sottomarini, tre naviganti, due in costruzione e uno in progetto, forniti dalla Germania). I missili israeliani avranno gittata di 5mila miglia e quindi capacità intercontinentale, coi sottomarini a garantire una seconda opzione in caso di neutralizzazione dei missili a terra.

Questo è lo scenario nucleare animato da Usa, Russia, Cina, Pakistan, India, Israele, Francia e Gran Bretagna, i cui interessi strategici non hanno nulla da spartire con quelli italiani, com'è confermato dagli eventi più recenti.

Maggioranza e opposizione dovrebbero quindi aprire responsabilmente una riflessione, senza pregiudizi reciproci, sull'opportunità che l'Italia rimanga nella Nato, senza tuttavia abbandonare l'Alleanza Atlantica. Le due cose infatti sono distinte. Una moratoria sulla partecipazione italiana al dispositivo militare (la Nato) dell'Alleanza atlantica consentirebbe di avere il tempo di capire dove sta andando il mondo, evitando di essere travolti da una guerra per l'aggressione o la difesa di interessi da noi distinti e distanti. La neutralità, che non aveva senso durante la guerra fredda, eppure fu sostenuta anche dall'attuale capo dello stato, Giorgio Napolitano, oggi è una necessità concreta e legittima che non va trascurata senza riflettere.

www.italiaoggi.it 8 novembre 2011