Noi allineati con i paesi perbene
di Serena Gana Cavallo
Quando si è pensato che la fine del dominio di Gheddafi fosse imminente, la sinistra italiana, con contorno di popoli viola e di ogni colore, di se-non-ora-quandisti, di indignati perpetui, di post colonialisti e antirazzisti che avevano provato fremiti di sconvolto stupore per gli accordi dell'Italia con la Libia, col contorno di baciamano al beduino, manifestarono la convinzione che la caduta del rais avrebbe segnato anche la contestuale caduta di Berlusconi, anch'esso tiranno, sull'onda di molto sperati moti di piazza.
Ebbene, in qualche modo il loro desiderio si sta compiendo perché, ancor prima della caduta di Gheddafi, Berlusconi precipita in caduta libera nel vortice delle sue debolezze, giravolte, desiderio di non apparire difensore dell'ex alleato, pavidità diplomatica, malaccorto posizionamento da vassallo degli ex grandi della terra che vogliono esportare con le armi la democrazia, oggi come ieri, e possibilmente salvaguardare e rilanciare i loro mercati.
La decisione della Merkel di dichiararsi neutrale e quindi tirarsi fuori dall'eccitata spinta alla nuova crociata viene sommessamente criticata mentre l'analoga posizione assunta dalla Lega viene condannata a gran voce come l'ennesimo tradimento della ritrovata unità nazionale. Nessuno che si soffermi a pensare che la Germania è una economia in ripresa, e avrà anche considerato che la fretta interventista, oltre ad apparire una forzatura giunta per di più troppo tardi, significa andare incontro ad esiti indecifrabili per gli equilibri geopolitici ed economici, così come avrà saggiamente considerato che di guerra si parla, senza nascondersi dietro alle formule umanitarie, e che le guerre costano.
E noi, per non mostrarci disallineati rispetto ai paesi perbene, come Usa, Francia, Gran Bretagna, ognuno coi suoi guai economici ed il declino di un predominio mondiale, ci imbarchiamo, sventolando la bandierina della democrazia, non solo in rischi e pericoli per la nostra sicurezza, ma in una avventura nella quale siamo evidentemente disponibili ad investire le somme che non abbiamo trovato per l'economia (che già riceve i suoi colpi dalla sospensione dell'accordo itali-libico e dalle sanzioni fortemente volute dai nostri “alleati), per l'occupazione, per l'assistenza alle famiglie, per la cultura, per le infrastrutture e chi più ne ha più ne metta.
Nemmeno Tremonti, purtroppo, ha potuto resistere alla foga presenzialista sul possibile, anzi probabile, scenario di guerra. Naturalmente l'opposizione, col suo patrimonio di buoni sentimenti e bel sentire, ha appoggiato con ardore ogni scelta avventata, con l'unico pensiero di ricordare ad ogni istante l'orrendo baciamano. E così il popolo italiano si ritrova tutto unito nel disastro imminente e probabilmente la famosa secessione del nord riprenderà slancio e motivazioni ampiamente condivisibili.
E Berlusconi, che ha l'improntitudine sentimentale e intellettuale di dispiacersi in anticipo per la possibile morte di militari italiani, immolati sul fronte della democrazia inesistente, è finito, perché una guerra, un badoglismo di ritorno, un'incapacità di valutare autonomamente vantaggi e svantaggi di una simile iniziativa, sono molto più esiziali per ogni possibile residua ambizione politica di pratiche intensive di bunga bunga e affini. A noi resta il dramma di dover scegliere, elettoralmente parlando, tra la padella e la brace.
www.italiaoggi.it 22 marzo 2011