Se il Cav. vince Fini va

 di Giampaolo Pansa

«Mal comune, mezzo gaudio» giuravano le nostre nonne. Oggi non so dire se il gaudio ci sia, ma di certo fra Silvio Berlusconi e Pier Luigi Bersani un male comune esiste. Grande come il voto regionale. Queste elezioni sono un rischio tanto per il premier che per il leader del Partito democratico. Entrambi hanno un bisogno disperato di vincerle. Bersani per rimanere in sella. E il Cavaliere per non veder implodere il centrodestra, sotto l’urto di un risultato negativo che potrebbe avere conseguenze sull’unità del Pdl.

Sembra fantapolitica, ma non lo è. Pensiamo a Gianfranco Fini. Credete che gli interessi una vittoria di Berlusconi nel voto di fine marzo? Io ritengo di no. L’unico successo che gli preme è quello di Renata Polverini nel Lazio. Quanto al resto, il presidente della Camera guferà contro il suo stesso partito. Per tante ragioni che è impossibile non vedere.

La prima è che Fini ritiene il Cavaliere un leader politico bollito e ormai incapace di guidare un governo in difficoltà e un blocco complesso come il centrodestra. Vuole prendere il suo posto.

O nel caso risultasse impossibile, intende levare le tende per dar vita a un proprio partito. In questo secondo caso, Fini ha già tutto quello che serve.

Per cominciare, possiede la materia prima indispensabile: i soldi, tanti milioni di euro e molte proprietà immobiliari. Poi un gruppo parlamentare non gigantesco, ma robusto quanto basta. Un nucleo di dirigenti aggressivi. Un team di intellettuali. Una fondazione molto attiva, “FareFuturo”. Un giornale stampato e uno on line. Il tutto sostenuto da una linea sempre più in contrasto con quella del Cavaliere.

E infine può contare sul sostegno esplicito di aree politiche ed economiche che, in teoria, dovrebbero avere posizioni antagoniste ai post-fascisti. Lo conferma il successo che Fini ha riscosso venerdì a Bologna nel presentare il suo libro in una città rossa e in una libreria delle Coop altrettanto rosse. Dove c’è da sperare che almeno il presidente della Camera non sia stato spiato da qualche occhio nascosto. Come sembra sia successo in più di un supermercato, sempre rosso e in Lombardia. A carico di persone che, essendo semplici dipendenti, rispetto a Fini contano come il due di picche.

Siamo di fronte a un perfetto gruppo anti-partito, come l’avrebbero definito gli antenati delle Coop odierne. Ed è lecito chiedersi perché mai un leader sospettoso e sempre più debole come il Cavaliere continui a tenerselo in casa. Ma la domanda ha una risposta scontata: nell’imminenza di un voto non si caccia nessuno. Anche Berlusconi, dunque, è costretto a non decidere nulla. Pur sapendo che, nel caso di un insuccesso, sarà Fini a tentare di dargli scacco matto.

Nonostante l’ira che gli procura il presidente della Camera, il Cavaliere non si muove perché sa che il partito si regge su un equilibrio sempre più fragile. Non c’è soltanto l’insidia esterna di un alleato esigente come la Lega, in grado di contendergli il primato in una regione decisiva, il Veneto. Esiste anche lo scontro interno fra correnti che stanno alzando la testa con un’energia imprevedibile qualche mese fa.

Lo scontro fra Giulio Tremonti e gli anti-tremontiani è ormai su tutte le gazzette. Venerdì 15 gennaio, in un’intervista a Sandro Iacometti di Libero, Mario Baldassarri, finiano e presidente della commissione Finanze del Senato, è stato brutale: «Se Tremonti non vuole ridurre le tasse e tagliare la spesa pubblica, si pone fuori dal partito».

Più coperti sono i conflitti fra gruppi che, pur interni al Pdl, hanno ben poco da spartire l’uno con l’altro. Mi domando che cosa possa far restare insieme l’area rappresentata da Maurizio Gasparri e da Gaetano Quagliariello e i “Riformatori liberali” di Benedetto Della Vedova. Così come mi chiedo quali siano le intenzioni del gruppo legato a Comunione e liberazione, guidato da due politici combattivi come Roberto Formigoni e Maurizio Lupi.

Tutto ci riconsegna un mistero: la figura di Berlusconi, i suoi propositi, la sua capacità di tener testa alle situazione avverse. Osservato con uno sguardo imparziale, alieno dalle raffigurazione demoniache di chi lo ritiene comunque una sciagura per l’Italia, il premier suscita più di un interrogativo.

È un signore che in settembre compirà settantaquattro anni, un’età molto avanzata rispetto a quelle dei capi di governo europei. Ha attraversato un 2009 tremendo, segnato da vicende personali e giudiziarie che avrebbero schiantato chiunque. E da avversità politiche emerse subito dopo la nascita del Pdl. Rese più pesanti da una serie di eventi tutti negativi, dalla grande crisi economica al terremoto dell’Aquila. Ricevendo come regalo natalizio un attentato che poteva costargli la vita.

Al suo posto, molti leader politici avrebbero gettato la spugna. Ma il Cavaliere tiene duro sul ring. Ha persino ripreso ad avere contatti con la folla, senza badare ai divieti pressanti dei servizi di sicurezza. Mantiene fede a un obbligo doppio. Quello di governare un Paese che per metà lo vorrebbe morto. E di guidare un partito che, a soli dieci mesi dalla nascita, è ben lontano dall’essere un blocco concorde.

Ecco perché parlo di un mistero o di un enigma. Resta da vedere se l’enigma Berlusconi rimarrà tale anche dopo una sconfitta elettorale a fine marzo. Ma sarà una sconfitta o un’altra vittoria? Nel secondo caso, l’unica certezza riguarda proprio il suo avversario numero uno: Fini. Se il Cav. vince, sarà il presidente della Camera ad andarsene dal Pdl. Per fare che cosa? Neppure lui oggi lo sa.

Il Riformista lunedì, 18 gennaio 2010