Perchè Fini è tenuto all'imparzialità e Berlusconi no
Lo spiega Sergio Romano rispondendo ad un suo lettore sul Corriere della Sera del 31 gennaio 2011 per respingere l'accusa di incoerenza che gli viene rivolta.
La sua risposta «Il premier Berlusconi e le scelte dell’opposizione» (Corriere, 27 gennaio) mi sembra incoerente con il suo editoriale del 28 gennaio nel quale lei auspica (garbatamente e indirettamente) le dimissioni di Fini in quanto incapace di dare la necessaria impressione di imparzialità (a prescindere dalla reale imparzialità dei suoi comportamenti). Sulla scorta della stessa argomentazione, non le sembra che Berlusconi sia oggettivamente incapace di dare la necessaria impressione di decoro, autorevolezza e non-ricattabilità, dati gli scandali in cui, a prescindere dai profili penali, è oggettivamente coinvolto? Non sarebbe coerente da parte sua chiedere a Berlusconi di dimettersi, oppure almeno spiegare ai lettori perché ritiene una tale richiesta opportuna per il presidente della Camera ma non per il presidente del Consiglio?
Giorgio Zanarone ,
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Caro Zanarone, rispondo volentieri anche perché le stesse critiche sono state mosse da altri lettori.
Esistono tra Berlusconi e Fini alcune fondamentali differenze. Il primo è il presidente del Consiglio, eletto con schede elettorali in cui era espressamente indicato il suo nome. È certamente possibile che una parte del suo elettorato voterebbe oggi diversamente. Ma il solo modo per verificare e correggere il risultato delle elezioni precedenti è quello di tornare alle urne: una prospettiva che sinora non è sembrata piacere né al governo né all’opposizione.
Berlusconi potrebbe dimettersi, come accadrebbe probabilmente per casi analoghi in altre democrazie europee, ma non intende farlo, come ho scritto in una risposta precedente, perché si è sempre proclamato vittima di un complotto giudiziario ed è convinto di potere trasformare quest’ultima vicenda nell’ennesima prova della verità della sua tesi. Non potendo pretendere ciò che non intende fare (e che neppure il presidente della Repubblica può imporgli) gli abbiamo chiesto di tornare almeno a fare il presidente del Consiglio a tempo pieno lasciando ai suoi avvocati il compito di difenderlo di fronte alla Procura di Milano.
Gianfranco Fini, invece, non ha come presidente della Camera un mandato popolare ed è stato eletto alla carica da una maggioranza parlamentare di cui non fa più parte. Non basta. Mentre Berlusconi è stato votato con un programma diverso da quello degli avversari ed è quindi parte in causa nella dialettica fra la maggioranza e l’opposizione, Fini è tenuto a essere, insieme al presidente del Senato, l’arbitro dello scontro e il garante delle regole che devono permettere il migliore funzionamento possibile del potere legislativo: una funzione che non deve correre il rischio di essere contestata a ogni passo per motivi veri o presunti. Ecco perché non credo di essere caduto in contraddizione suggerendo al premier di tornare a governare, anziché fare quotidianamente l’avvocato di se stesso, e al presidente della Camera di riflettere sulla credibilità del proprio ruolo.
Sergio Romano La lettera del giorno | Lunedì 31 gennaio 2011, Corriere della Sera