Torneremo a Tripoli
di Alessandro Campi
Dopo settimane in cui ci si è appassionati per il vento di rivolta che aveva preso a soffiare impetuoso sui paesi dell’Africa arabo-mediterranea, lasciando immaginare un cambio radicale nello scenario geopolitico e la fine repentina di antiche dittature, l’attenzione del mondo negli ultimi giorni si è inevitabilmente concentrata sul dramma giapponese. Al cataclisma naturale che in pochi attimi ha fatto migliaia di morti e prodotto rovine immense si è affiancato il rischio, ancora più angosciante, di un incidente nucleare dagli effetti potenzialmente devastanti.
Gli umori internazionali sono rapidamente cambiati. Chi sino al giorno prima discettava sull’avanzata inarrestabile dello spirito democratico e sul desiderio di libertà di società storicamente oppresse, all’improvviso si è ritrovato a interrogarsi sulla fragilità delle cose umane, sulla forza incontenibile della natura e sui pericoli del progresso tecnologico. Chi si chiedeva quali sacrifici l’Occidente fosse disposto a sopportare per i cambiamenti epocali che stavano avvenendo alle sue frontiere, rapidamente ha preso a fare i conti con i pericoli e le paure che storicamente albergano nel suo seno. La speranza di un mondo appena migliore dell’attuale si è improvvisamente tramutata nell’incubo di un mondo fuori controllo.
La tragedia maggiore ha fatalmente tolto la scena a quella minore: nella considerazione dei governi e in quella della pubblica opinione. È una regola impietosa, che il mondo della comunicazione applica alla lettera, ma almeno in questo caso essa è servita per far dimenticare il tono improvvidamente enfatico e la superficialità di giudizio che in molti casi hanno accompagnato la discussione sulle proteste scoppiate nel Maghreb e sugli esiti che queste ultime avrebbero determinato.
La storia dirà se siamo stati testimoni di un rivolgimento sociale autentico, di una rivoluzione politica e culturale scatenata non dalla scarsezza alimentare e dal disagio economico, ma dall’ascesa irrefrenabile di una nuova generazione che chiede, oltre al benessere materiale, libertà e diritti civili, e che veicola le proprie ansie attraverso strumenti di comunicazione che il potere, anche il più oppressivo, non può più controllare. La cronaca, per il momento, ci consegna un quadro più sfumato e problematico, che ogni giorno che passa tende a farsi meno entusiasmante. Al punto che non si capisce dove finisca la capacità d’illudersi del mondo occidentale e dove inizi la sua proverbiale ipocrisia.
In Tunisia, dove tutto è iniziato, ci si è accontentati di un avvicendamento al potere tra Ben Alì e i suoi antichi sodali, spacciando per rivoluzione una resa dei conti interna alla dirigenza di quella nazione. In Egitto, dopo essersi entusiasmati per i giovani e le donne accampati in piazza Tahrir, si è salutata come una conquista civile un colpo di stato militare che ha riportato l’ordine ma allontanato ogni speranza di cambiamento. Quanto agli altri paesi del Golfo scesi in piazza per gridare la loro collera ci si è rassegnati all’evidenza quando i dimostranti sono stati sopraffatti dalla repressione militare.
Ma con riferimento all’atteggiamento tenuto in questo frangente storico dall’Occidente il caso più eclatante e sintomatico, un misto di faciloneria e di mancanza di scrupoli, di facile propaganda e di inconcludenza politico-diplomatica, è senz’altro quello della Libia. Dieci giorni fa la caduta di Tripoli era annunciata come imminente. Le cancellerie di mezzo mondo si affrettavano a rompere le relazioni con Gheddafi, a sequestrargli i beni all’estero e a minacciarlo di un processo come criminale di guerra. Gran Bretagna e Francia, obbedendo al loro istinto da antiche potenze coloniali, minacciavano interventi armati nell’attesa di spartirsi le spoglie dello sconfitto a danno dell’Italia suo alleato privilegiato. Si promettevano sostegni e aiuti militari agli insorti, giusto il tempo necessario alle grandi potenze per accordarsi nelle legittime sedi internazionali. Si scopre oggi che le milizie del Colonnello marciano verso Bengasi senza trovare grandi resistenze. Che la “comunità internazionale” è divisa sul da farsi, bloccata come sempre da veti incrociati e interessi configgenti. Che i rivoltosi della Cirenaica sono una realtà sfuggente: non si capisce chi li comanda, non si comprende che intenzioni abbiano e di quali risorse effettive dispongano. Che forse ci si è troppo fidati dei reportage confezionati ad arte dalle televisioni satellitari arabe. Che l’Europa senza gli Stati Uniti non è in grado di decidere alcunché e che Obama non ha alcuna intenzione di impantanarsi in un ennesimo conflitto armato con una nazione islamica. Che la caduta di Gheddafi, ben saldo al potere col suo clan, non porterebbe alla democrazia o magari a un nuovo regime militare ma al caos e a una guerra civile tra tribù.
Un groviglio di insipienza e doppiezza, quello cui abbiamo assistito, che ha finito per rendere la pur ambigua condotta dell’Italia, dettata dal timore legittimo di perdere i propri affari in Libia e di ritrovarsi migliaia di clandestini sul suo territorio, un bell’esempio, magari involontario, di realismo e prudenza. Avendo visto all’opera in queste settimane l’Occidente peggiore - parolaio, egoista, infido e tremebondo - come non rivalutare l’atteggiamento tenuto dal nostro governo, magari ondivago, dovendo esso contemperare la difesa dell’interesse nazionale, l’obbligo morale a non sostenere apertamente un dittatore e i doveri imposti dal suo sistema di alleanze internazionali, ma meno avventurista e inutilmente spregiudicato di quello dimostrato da altri paesi?
La domanda che tutti ora si fanno, infatti, non è come comportarsi il giorno in cui Gheddafi sarà nella polvere, ma come regolarsi se, come ormai sembra evidente, l’avrà vinta sui nemici interni. A prendere per buone le sue minacce, noi italiani dobbiamo aspettarci ritorsioni per il nostro tradimento - doppio e bruciante, se si considera l’amicizia personale che legava il Colonnello al Cavaliere. Perderemo i nostri lucrosi contratti energetici e ci ritroveremo le nostre coste invase da barconi di immigrati? Certo, potremmo anche decidere, vista la piega presa dagli eventi, di sacrificare l’interesse al decoro, mettendo avanti al denaro la difesa dei diritti umani fondamentali. Ma siamo sicuri che coloro che sono pronti a darci pubblicamente lezioni di civiltà politica e di stile diplomatico si comporteranno nei confronti della Libia con la stessa intransigenza che oggi minacciano?
La situazione è complicata, e non solo per l’Italia. Tornare indietro, dopo aver minacciato di portare Gheddafi alla sbarra e di bombardarlo, non sembra facile per nessun paese, tranne per coloro - come la Cina, la Russia o l’India - che scrupoli umanitari ne hanno sempre avuti pochi o che in ogni caso non li hanno mai anteposti agli affari. Ma a quale potenza occidentale conviene un riposizionamento geopolitico della Libia tanto eccentrico? E dunque potrebbe finire che tocchi nuovamente all’Italia, nell’interesse suo e dei suoi alleati, tonitruanti nelle sedi internazionali ma attenti come ragionieri al proprio tornaconto, cercare di ristabilire rapporti di minima collaborazione con il Colonnello a nome di tutti, con del resto ha sempre fatto nel passato.
Comunque vada a finire, una lezione in queste settimane di facili entusiasmi l’abbiamo divulgata al mondo: chi vuole battersi contro i tiranni faccia affidamento sulle proprie forze o si rassegni al destino. E se arriva un’offerta d’aiuto dall’esterno, ci si chieda dove sta l’inganno o quale sia il prezzo da pagare sulla propria pelle.
Il Riformista 15 marzo 2011