L`opera di sabotaggio è giunta all`ultimo atto
di Riccardo Mazzoni
Mirabello è stato l`atto finale della strana mutazione genetica di una parte della destra ex missina plasmata nelle dure battaglie di piazza degli anni`70.E' una destra, infatti, che cresciuta nel mito salvifico del Superuomo, ora èuscita dal Pdl in nome del no all`Uomo forte, tanto da aver portato avanti una lunga, estenuante guerra di posizione contro la leadership di Berlusconi.
Siccome Fini ieri sera, dopo essere rimasto muto per tutto agosto, ha fatto anche lo smemorato asserendo di essere stato cacciato da un partito-caserma in cui non c`è libertà di pensiero, forse è utile ricordare sommariamente quanto è successo negli ultimi due anni, e cioè che il presidente della Camera non solo ha ridotto il suo ruolo istituzionale all`ufficio di un qualsiasi capocorrente, ma ha anche trasformato il partito di cui è confondatore in un bivacco per i suoi manipoli.
L`esempio più illuminante di tanto senso delle istituzioni fu la raccolta di firme organizzata da Bocchino contro Berlusconi frai banchi di Montecitorio mentre Fini presiedeva compiaciuto la seduta, fatto senza precedenti nell a storia parlamentare. Ma le avvisaglie di come sarebbe finita si erano già viste quando - era il 20 novembre di tre anni fa - l`allora leader di An urlò in Transatlantico:
«La favola della Cdl è finita, Berlusconi con me ha chiuso, non pensi di recuperarmi, io al contrario di lui non cambio improvvisamente idea e posizione...» (salvo poi, dopo la leggendaria sortita sulle «comiche finali», accomodarsi comodamente sul predellino del vincitore per non scomparire dalla scena politica). Ma quel giorno Fini pronunciò anche una sorta di anatema iettatorio: «Berlusconi si ricordi che se vuole fare il presidente del consiglio deve fare i conti con me, e poi io ho vent`anni di meno... Mica si crede di essere eterno».
Se questo fu il poco edificante prologo, lo spettacolo messo successivamente in scena è stato ancora più orribile: il peggio del correntismo esasperato spacciato per nobile politica d`avanguardia. E' almeno un anno e mezzo, infatti, che la Fondazione Farefuturo, bocca di fuoco culturale della Fini jazz band, ha un unico, ossessivo e poco originale bersaglio: Silvio Berlusconi detto il Caimano.
Il primo vero affondo risale a fine aprile 2009, quando comparve sul web un micidiale corsivo contro il cosiddetto velinismo, poi fu la volta dell`attacco al "modello Caligola" che il Cavaliere avrebbe imposto al Pdl, quindi - copiando Repubblica furono formulate alcune domande alla maggioranza del partito. Tra i quesiti rivolti c`erano: «Tradire significa difendere la dignità di ogni essere umano? Tradire significa difendere la libertà di coscienza? Tradire significa avere a cuore la rispettabilità delle istituzioni? Tradire significa non essere degli yesman?».
Fino all`ultimo affondo: «Tradire è davvero tutto questo? Oppure, forse, tradire è proprio l`esatto contrario?» Insomma, una strategia destabilizzante portata avanti col collaudato metodo della minoranza organizzata anche questo mutuato, guarda caso, dalla sinistra.
Una strategia intensifica ta alla vigilia delle Regionali, quando il Secolo d`Italia si avventurò perfino nella similitudine tra Mussolini e Berlusconi, mentre Farefuturo faceva l`apologia dell`astensionismo e Finisi premurava di dichiarare la bruttezza di «questo Pdl». Abbandonando peraltro al suo destino Renata Polverini, da lui fortemente voluta, con l`alta motiva zione che il presidente della Ca mera non può scendere nell`arena elettorale.
La verità, dunque, è che quello a cui abbiamo assistito è stato un sabotaggio politico in piena regola a un partito, a un governo e a una maggioranza. Questo sommario riassunto delle pun- tate precedenti serve per spiegare sia i motivi del crudo showdown tra i due cofondatori davanti alla direzione nazionale del partito, sia lo smarrimento e la rabbia - di tanti berluscones che si sono visti inopinatamente scavalcati a sinistra dai vecchi missini della Giovane Italia. I quali, da sperimentati guastatori, hanno tentato di trasformare il PdL in una sorta di assemblea permanente. Provengono da An, il partito più presidenzialista d`Italia, che ha celebrato in quindici anni tre-congressi-tre, compreso quello di scioglimento, e improvvisamente si sono scoperti paladini del collettivismo.
Ma, quel che è peggio, lo hanno fatto e lo fanno con un ingiustificato complesso di superiorità che gli deriva dalla presunzione di sentirsi le sole intelligenze vive di un centrodestra popolato di replicanti. E a forza di pensare, hanno spesso sconfinato nel ridicolo.
Come il Secolo d`Italia che, cercando di dipingere Fini come vittima del «centralismo carismatico» del Cavaliere, ha proposto ai suoi lettori un paragone tra Lenin e Berlusconi titolando: «Ma Lenin ammetteva che le minoranze potessero esprimersi». Domandare ai menscevichi come finì.
In questo clima surreale ci aspettiamo, in qualche prossima articolessa, anche un approfondito raffronto storico fra Trotsky e Bocchino. Ma forse questo ci verrà risparmiato. Forse.
Da "LIBERO - EDIZIONE MILANO" di lunedì 6 settembre 2010