I miraggi di Casini, l’uomo del 5% che sogna la Grande Coalizione
di Giancarlo Perna
Pur di sbarazzarsi di Berlusconi, Pierferdy si propone per guidare un’alleanza col Pd. Peccato che centristi e sinistra insieme raggiungano a malapena il 30%
Avendo il problema di andare in vacanza e timoroso di essere dimenticato nel corso della medesima, Pierferdinando Casini ha rilasciato una clamorosa intervista alla Stampa. L'ha sparata da par suo, poi si è corretto, ha aggiunto cose, si è smarrito tra se e ma, alla fine non è rimasto nulla. È il solito Casini. Ne parlo solo perché me l'ha ordinato il direttore. In realtà, non ci sarebbe niente da dire.
Dunque, pare che Pierferdy sia disposto a fare una Grande coalizione. Per tale si intende a Palazzo un governo tra partiti opposti per salvare il salvabile. L'esempio classico è quello della Germania del cancelliere Angela Merkel. Casini, che è affezionato a questo scenario drammatico, aveva già lanciato l'idea l'anno scorso alla vigilia delle elezioni politiche quando la sua Udc prese il 5,6 per cento, come il Psdi di Tanassi sull'orlo del baratro. La differenza è che
Pierferdy, che si ritiene indispensabile, si offese. Poi si arrese all'evidenza e ci ha rimuginato un anno. Così è nata la nuova proposta affidata alla Stampa di due giorni fa. Adesso
Si tratta, come si vede, della classica botta da canicola ben descritta dal colonnello Giuliacci. Non diversamente dalle scosse di Max D'Alema, pure Pierferdy si esercita in vaticini. La destra vince, gli italiani la scelgono con costanza, ma c'è chi non ci sta e reagisce con stizza. A D'Alema, Franceschini, Di Pietro, si unisce adesso anche Casini.
Di suo, Pierferdy ci ha messo una iattanza da mosca cocchiera. Già chiamare Grande coalizione l'alleanza tra una sinistra al 26 per cento e l'Udc che rappresenta un ventesimo dell'elettorato, è una comica. In più, presentarsi come salvatore della Patria calpestata dal Cav dopo essere stato beneficato da lui per lustri, sa di truffa lontano un miglio. Vorrei vedere se davvero si mettesse in affari con il Pd cosa resterebbe a Casini dei voti che oggi faticosamente raccoglie. Tanto più che dovrebbe beccarsi a scatola chiusa anche Di Pietro, gli articoli in inglese, le dubbie proprietà immobiliari, i solecismi molisani.
Il giorno successivo
Di tanta chiacchiera quel che resta è che nei mesi a venire, in attesa delle elezioni regionali, Casini si terrà le mani libere. Si venderà al migliore offerente e appoggerà il candidato di sinistra o di destra in base ai piani d'incasso: poltrone, sgabelli, strapuntini. Con l'intervista estiva spera di avere preparato i suoi a capriole e salti della quaglia, augurandosi di non disgustare gli elettori. Già nelle europee di giugno si è alleato con la destra in Campania, con la sinistra in Piemonte e così zigzagando lungo lo Stivale. È, in piccolo, quello che faceva Craxi. Bettino con qualche buon progetto, Pierferdy per sopravvivere.
Ciò che resta del guazzabuglio casiniano, è quello che abbiamo sempre saputo di lui: è in politica da un quarto di secolo, ma non ha un'idea. È sempre e solo alla ricerca di durare anno dopo anno, conservando la poltrona di parlamentare che occupa dal 1983. Era allora di 28 anni, era il più giovane deputato di Montecitorio, aveva già la voce stentorea che gli conosciamo e la usava, come adesso, per dire niente. Penserete che la mia è cattiveria, polemica spicciola. Vi sfido: ricordate una cosa, una che sia servita all'Italia, uscita dalla sua bocca? E vi ricordo che in 26 anni di Parlamento, più due mandati europei, lo abbiamo pagato, minimo minimo, sei milioni di euro (media 20mila e rotti al mese, mi tengo basso). Mi limito a questa cifra perché lo ritengo onesto e non credo che si sia arricchito, come altri noti, con rimborsi elettorali e compagnia cantante. Ricordo inoltre, sempre a proposito della sua relativa utilità per la res publica, che è stato pure presidente della Camera (grazie al Cav). Dunque, è uno dei grandi nomi del Palazzo. Eppure, è servito a poco. Direte ancora: ma questo vale per tanti. D'accordo, ma quelli non avevano scelta. Con le facce che si ritrovano, la politica era per forza il loro ultimo rifugio.
Ma - a parte che è ancora aitante - la ricordate la faccia di Pierferdy da giovane? Un angelo. Alto 1,85, due spalle così, occhi bruni vellutati, voce da Otello. La sua vera strada era l'attore. Poteva oscurare gli idoli del tempo: Giuliano Gemma e Franco Nero. Si è buttato invece in politica e si è messo a confronto con Cavour e Giolitti. Così, si è dato la zappa sui piedi, come vedremo dalla modesta biografia di questo simpatico primate.
Bolognese, Pierferdy è figlio d'arte. Il babbo Tommaso, professore di Lettere al liceo, era un'eminenza dc locale. Fu segretario cittadino negli anni '50 e capogruppo al Consiglio provinciale negli anni '60. Circondato com'era da comunisti, papà Casini non poteva che essere un dc di destra. Tale e quale a lui divenne il rampollo. Pier era il primogenito di un altro fratello e due sorelle. Molte leggende sul democristianino in erba le divulgò la nonna che lo adorava. Una dice che il dodicenne era rimasto disgustato del '68. Di conseguenza, nella vacanza estiva e famigliare di Lizzano, il frugoletto riuniva in una stanza fratelli e amici e concionava contro i disordini di piazza e le mattane studentesche. Era già un perfetto conservatore. Divenne delegato dei giovani dc durante la segreteria di Amintore Fanfani nel '74 e si laureò in Legge.
Se aprite
Morto misteriosamente Bisaglia, Pierferdy passò col moderato Forlani, Follini andò a sinistra con De Mita. Cesa, rimasto fedele a Prandini, finì sotto processo per avere raccolto tangenti, fece qualche giorno a Regina Coeli e fu poi assolto per prescrizione. Alti cimenti che, come altrettante medaglie, rinsaldarono l'amicizia.
Quando nel '94
Quello, invece, coriaceo, è ancora lì dopo quindici anni. Questo ha fatto saltare i piani e i nervi del trio. Follini, nel Pd, è alla deriva tra estranei. Cesa è sempre nervoso. Casini - vedi sopra - dà i numeri.