L'innocenza di Berlusconi "non è evidente", 750 mln a De Benedetti

La sentenza del giudice civile di Milano (depositata un sabato mattina di ottobre) appare come una capriola giuridica, che usa più l'induzione che la logica deduttiva di un rigoroso ragionamento in punta di diritto. Alla luce delle motivazioni, si può concludere che il giudice ritiene che il vecchio “lodo Mondadori” avrebbe pregiudicato le supposte grandi chances dell'impero editoriale del “difensore della libertà di stampa” Carlo De Benedetti, fino al punto da valutare un mancato guadagno di 750 milioni di euro. Record ineguagliabile. E' una stima che tocca al giudice, presumibilmente sulla base di un calcolo fatto da un collegio peritale. Si spera.

Nelle 140 pagine di motivazioni il giudice Raimondo Mesiano spiega il concetto di “perdita di chance”, che a suo avviso giustifica il risarcimento: “Se è vero che la Corte d'appello di Roma emise una sentenza - a parere di questo Ufficio - indubbiamente ingiusta come frutto della corruzione di Metta, nessuno può dire in assoluto quale sarebbe stata la decisione che un collegio nella sua totalità incorrotto, avrebbe emesso: si vuole cioè dire che una sentenza ingiusta avrebbe potuto essere emessa anche da un collegio nella sua interezza non corrotto. Proprio per questo - conclude - appare più aderente alla realtà del caso in esame determinare concettualmente il danno subito da Cir come danno da 'perdita di chance': vale a dire, posto che nessuno sa come avrebbe deciso una Corte incorrotta, certamente è vero che la corruzione del giudice Metta privò la Cir della chance di ottenere da quella corte una decisione favorevole”.

Ma questa storia, contorta, contraddittoria e antica (anno 1990), si colloca come un meccanismo a orologeria in manovre politiche contro il premier Silvio Berlusconi. E naturalmente contro la sua “creatura” , che ha sparigliato negli ultimi venticinque anni la politica e la cultura italiana, cioè contro Fininvest. Basti pensare che, mentre sabato mattina veniva depositata la sentenza, al pomeriggio andava in scena a Roma la kermesse-farsa della “difesa della libertà di stampa”, animata dalla solita “compagnia di giro” giustizialista e “post-berlingueriana” e dalle truppe del sindacato più anacronistico del mondo occidentale, la Cgil.

Per osservare come si incastrano queste “coincidenze”, basta pensare che la storia del “lodo Mondadori” parte il 25 gennaio 1990, quando la famiglia Formenton, erede di Arnoldo Mondadori, si accorda con Silvio Berlusconi e gli cede il controllo della casa editrice. E' Carlo De Benedetti a impugnare l'accordo sostenendo che i Formenton si erano già impegnati con lui. A questo punto un collegio arbitrale emette il “lodo” che assegna a De Benedetti il controllo della Mondadori, ma sei mesi dopo la Corte d'appello di Roma annulla il “lodo” e restituisce la casa editrice a Berlusconi.

E' in quel momento che si cerca di trovare un accordo tra le due parti. Lasciando da parte le leggende metropolitane, il vero asse dell'accordo si trova nella vecchia amicizia tra Carlo Caracciolo e Giuseppe Ciarrapico, con l'occhio benevolo, ma poi non troppo interessato, dei leader politici dell'epoca. La “guerra della rosa”, come poi la descrisse Piero Ottone, si concluse il 25 aprile del 1991 con una spartizione che soddisfaceva entrambe le parti: a Berlusconi libri e periodici Mondadori, a De Benedetti il Gruppo Repubblica e Espresso. Reciproca soddisfazione, anche perché si aggiunse qualche “paccata” miliardaria per l'ingegnere. Pare che ci sia stato pure un impegno che l'accordo doveva essere insindacabile.

Ma nell'Italia del “vulgare”, il motto latino “pacta sunt servanda” è un optional che si può dimenticare a fini politici. Nel momento in cui Berlusconi scende in politica e poi sbaraglia il campo, la procura di Milano si riattiva e fa arrestare il giudice di Roma Renato Squillante. Secondo l'accusa avrebbe distribuito tangenti per conto della Fininvest tra i suoi giudici. E naturalmente, tra le sentenze comprate, ci sarebbe anche quella sul “lodo” del 1991. A questo punto la “linearità” della giustizia italiana assomiglia al percorso di una tappa pirenaica del Tour de France. Prima un giudice milanese (anno 2000) proscioglie Silvio Berlusconi, Cesare Previti e Renato Squillante e tutti gli imputati perché “il fatto non sussiste”. Poi la procura del “non mollare” ricorre e il percorso diventa ancora più tortuoso. Tuttavia Berlusconi viene prosciolto per intervenuta prescrizione.

Ma nonostante questo, poiché la Cassazione (anno 2007) condanna definitivamente Previti, tutto ritorna in ballo e si passa all'attacco al portafoglio in sede civile. A proposito di coincidenze, sarebbe estremamente interessante vedere la cadenza delle sentenze mettendola in relazione a quella delle elezioni politiche e dei governi che vengono nominati. E' uno spettacolo che riesce a conciliare il pensiero di Machiavelli con quello di Guicciardini, ridotto però a livello di bar di periferia.

E' in questo modo che viene innescata quella che oggi viene chiamata la “bomba atomica” contro il Cavaliere: 750 milioni di euro da versare alla Cir di De Benedetti, perché danneggiato nel suo presunto volo editoriale (ma non borsistico di oggi, con la Cir al più 11 per cento in mattinata). In sintesi, anche se il Cavaliere è stato prosciolto, non poteva non sapere che l'avvocato Cesare Previti aveva corrotto i giudici di Roma, come la Fininvest non poteva non sapere. “E' da ritenere - scrive il giudice -, 'incidenter tantum' (cioè solo ai fini di questo procedimento, ndr) e ai soli fini civilistici del presente giudizio, che Silvio Berlusconi sia corresponsabile della vicenda corruttiva per cui si procede”. Una “corresponsabilità” che comporta “come logica conseguenza” la “responsabilità della stessa Fininvest”, questo “per il principio della responsabilità civile delle società di capitali per il fatto illecito del loro legale rappresentante o amministratore, commesso nell'attività gestoria della società medesima”. In realtà, Berlusconi è stato prosciolto, ma al giudice Mesiano basta che non vi sia “l'evidenza agli atti dell'innocenza dell'imputato” per poter spiegare che “trattandosi di sentenza non emessa a seguito di giudizio di merito ma solo a seguito di causa estintiva del reato essa non preclude in alcun modo che il Berlusconi ha commesso il fatto ai soli fini civilistici e risarcitori di cui si discute qui”.

Evidentemente, per una congiuntura astrale, ogni tanto l'ingegner De Benedetti ha bisogno di qualche “iniezione” di liquidità e le “stelle” gli sono sempre benigne, così come capitò ai tempi di Infostrada e dei telefonini. Il risultato provocato dalle benigne “stelle” dell'Ingegnere, integerrimo difensore della libertà di stampa, e una certa pervicacia giudiziaria contro il Cavaliere riporta a una instabilità politica esplosiva. Dopo una primavera e un'estate passate all'insegna delle dichiarazioni delle “escort”, arriva di nuovo il tribunale di Milano a rifilare bastonate.

Intanto a Roma, nei meandri parlamentari e para-parlamentari si pensa ai “governi istituzionali” e al “grande centro”, grazie a vecchi democristiani che operano all'interno e al di fuori fuori dalla maggioranza di governo. Si cercano di aprire varchi nell'asse Bossi-Berlusconi, ratificato dal ministro Giulio Tremonti. Ma i varchi sono stretti e improbabili. E allora, per rompere questo asse, arrivano gli “ex poteri forti” e qualche “potere estero”. Ecco le banche che preferiscono tenere il governo fuori dalla visione dei loro bilanci e rifiutano i Tremonti bond, nonostante il consiglio indiretto del Governatore della Banca d'Italia, Mario Draghi. Ecco l'irritato Rupert Murdoch che è diventato un altro campione della “libertà di stampa” per la sinistra italiana e attacca il cavaliere quando e dove può. Ecco De Benedetti che diventa l'alfiere dell'oggettività e della correttezza dell'informazione. Qui non c'è un giudice a Berlino, ma, come diceva Bettino Craxi, c'è “il nuovo Palazzo Ducale di Milano, il Palazzo di Giustizia”.
 

 (Gianluigi Da Rold) 5 ott 2009 16:07