Mimmo Della Corte
E la chiamano democrazia
 
di Mimmo Della Corte
 
E la chiamano democrazia. In realtà, quella che Bersani, Vendola & c., stanno cercando di mettere a punto è una vera bomba al napalm pronta ad esplodere che potrebbe avere effetti devastanti sul Paese. Non hanno “perso” le elezioni, ma grazie ad una manciata di voti in più hanno conquistato il diritto al premio di maggioranza alla Camera ed hanno ottenuto in offerta speciale 228 seggi in più dei 112 acquisiti con i voti riportati, portando il totale dei propri rappresentanti in quel di Montecitorio a 340, una rappresentanza, quindi, più premiale che effettiva che, però, consente a Bersani di “sentirsi” il primo della classe e pretendere – anche senza maggioranza a palazzo Madama – di portarsi a casa tutte le poltrone disponibili e, pur avendo mancato il primo colpo, sta brigando per farsi consegnare le chiavi di palazzo Chigi dal nuovo Capo dello Stato.
 
Sa, però, che causa l’inferiorità numerica al Senato, il rischio di elezioni anticipate è, comunque, dietro l’angolo e le possibilità di arrivare alla fine della legislatura sono ridotte al lumicino. Anzi, non ce ne sono. Per niente. Ma, in queste condizioni, anche un eventuale ritorno alle urne ne segnerebbe la sconfitta, anche perché non ci sarebbe tempo per riformare la legge elettorale. Il Pdl lo ha già sorpassato, il M5S lo ha affiancato e Renzi minaccia di rubargli mezzo partito. Urge, quindi, correre ai ripari, mettendo a punto qualche riformetta veloce, in attesa della riforma che richiede più tempo. Ma come fare? Pensa che ti ripensa, gli esplode in testa, l’idea luminosa: far decretare l’ineleggibilità dei due principali avversari: Berlusconi e degli “ottimati di internet”. E, poiché “tentar non nuoce”, ha deciso di provarci. Contro il primo ha invocato l’intervento del “soccorso viola” di Paolo Flores d’Arcais, chiedendogli – ovviamente, senza farlo sapere in giro - di riproporre la questione dell’ineleggibilità del cavaliere.
 
L’ambulanza di “Micromega”, senza por tempo in mezzo, si è messa in moto ed ha lanciato una raccolta di firme – strappando anche quella di colui che, dopo la sottoscrizione dell’atto, sarebbe diventato capogruppo dei senatori democratici, Luigi Zanda - ed organizzato manifestazioni di piazza per premere sull’apposita commissione senatoriale affinché la dichiari ufficialmente ed impedisca, così, per sempre, al leader del centrodestra di frequentare le Camere, Alta o Bassa che sia. Per “smacchiare”, poi, l’altro pericolosissimo “giaguaro”, ha mandato in campo la fedelissima Donata Lenzi, “consigliandole” – sempre, naturalmente, senza darne notizia a chicchessia – la presentazione alla Camera di una proposta di legge per modificare l’art. 14 comma 1 del dpr sulle norme elettorali, completandolo con poche parole, ma significative ed ineludibili: “Insieme con il contrassegno elettorale deve essere depositata una copia dello statuto del partito o gruppo politico organizzato”. Il che tradotto dal linguaggio dei legulei, in quello insegnatoci dal sommo padre Dante, significa che partiti e liste che intendono partecipare al Gran Premio elettorale deve essere fornito di uno statuto effettivo, riconosciuto, legalmente sottoscritto ed accettato dagli associati. Un colpo fatale per i “cittadini” il cui “non statuto” li metterebbe fuori legge. Se si tratta di una “promessa” o di una minaccia, tesa a ridurre, soprattutto, i seguaci di Beppegrillo.it a più miti consigli, al momento è difficile dirlo.
 
Ne sapremo certamente di più, da qui a qualche mese. Certo è, però, che siamo di fronte all’ennesima conferma della mancanza di rispetto per i 20milioni di italiani che hanno votato per il centrodestra e per il M5S, i cui voti, in un Paese che si dice a democrazia matura, come l’Italia, dovrebbero (a questo punto il condizionale è d’obbligo) valere esattamente quanto quelli di chi ha scelto il Pd. Un duplice tentativo, per altro, maldestro ed un tantinello sguaiato per vincere senza neanche la fatica di scendere in campo, causa mancanza di avversarsi all’altezza, che rappresenta la dimostrazione, più chiara, solare ed evidente di quanto vedesse giusto, lo statunitense Anthony Downs quando scrivendo di “Teoria economica della democrazia”, sosteneva che “i partiti formulano delle politiche allo scopo di vincere le elezioni, piuttosto che vincere le elezioni allo scopo di formulare dei programmi” capaci – ma questo è un’aggiunta del sottoscritto – di far crescere il proprio Paese e procurare benessere per i propri cittadini. Ed il fatto che, soprattutto di quella che riguarda i grillini, se ne parli poco, a livello politico e giornalistico, rende la cosa ancora più inquietante. Vuol dire che “lorsignori”, stanno lavorando sott’acqua, anche per poter utilizzarle come arma di ricatto per scalfirne, all’insegna del “do ut des”, la determinazione al “no”. 

 
Insomma, per dirla con Giovanni Pascoli “c’è qualcosa di nuovo, anzi d’antico oggi nel sole”. Del resto, sono decenni che “lorsignori” continuano a blaterare di sovranità che appartiene al popolo, ma si comportano come fossero dittatori di una Repubblica delle banane. 
Diciamolo con franchezza, se, in questi primi settant’anni (non solo negli ultimi venti, quindi) di vita repubblicana, partiti ed esponenti politici avessero corso dietro ai problemi reali della gente ed alle istanze che salivano direttamente dal territorio, come stanno inseguendo, e seguendo, le farneticazioni “vuoto a perdere” ed “un tanto al chilo”, di Beppe Grillo, oggi certamente staremmo vivendo in un’Italia diversa. Per carità, non il Paese di Bengodi, ma sicuramente più vivibile e più eco-sostenibile (relativamente all’ambiente, ma soprattutto all’economia) del belpaese di oggi. Se lo avessero fatto, infatti, oggi non saremmo ancora costretti parlare di questione meridionale - per la cui soluzione, per altro, sono stati sperperati miliardi di risorse, in lire, prima, in euro, dopo -; di uno spropositato debito sovrano dello Stato; di una pressione fiscale a livelli insostenibili; di “pendenze” miliardarie – in euro, ovviamente – dello Stato nei confronti dal sistema produttivo, per forniture e lavori effettuati e mai pagati dalla Pubblica Amministrazione e di una crisi economica che, da noi, in conseguenza di tutto questo, sta assumendo aspetti davvero drammatici. 
Purtroppo, però, non lo hanno fatto, né sembra – almeno a seguire le vicissitudini ed i discorsi post elettorali – che, oggi come oggi, qualcuno se ne stia preoccupando più di tanto. E così il Mezzogiorno che arretra ed ha il reddito pubblico più basso fra le regioni europee; la crisi economica che sta squassando l’intero Paese; le industrie che, dalle Alpi al Capo Passero, chiudono i battenti; le decine di migliaia di esercizi commerciali che hanno definitivamente abbassato le saracinesche negli ultimi due mesi; gli ordini delle imprese in continua diminuzione; il Pil in costante arretramento; le famiglie che con gli stipendi che si ritrovano a malapena riescono ad arrivare al 15 del mese; la disoccupazione che cresce e fa esplodere il livello di povertà; la pressione fiscale che nel 2012 ha toccato il 52 per cento e che si appresta a crescere ancora di più, nel 2013, grazie alle nuove scadenze tributarie già ampiamente previste da tempo; gli imprenditori ed i lavoratori che, disperati, si suicidano; di colpo sembrano non esistere più. 

 
Di più, tanto per non perdere le cattive abitudini, con il solito metodo del “bastone e della carota”, per non fargli pensare al rischio di essere espulso dalla scena politica, insito nella proposta di legge della Lenzi, di cui prima, ma anche forse, nella speranza di strappargli un appoggio qualsivoglia, in ossequio a Grillo, si parla d’altro. Si discute degli stipendi dei parlamentari che rappresentano, si, un problema importante, ma non certo determinante, prioritario e dirimente, sulla strada della soluzione dell’emergenza Italia. Non sarà certo qualche milione risparmiato con il taglio agli stipendi di Boldrini, Grasso e componenti di Camera e Senato, a rimettere in moto il circuito virtuoso della crescita ed a far ripartire il Paese. Tanto più se, contemporaneamente, come ha fatto la prima, si dà il via alla moltiplicazione “dei pani e dei pesci”, quintuplicando il personale dei propri staff personali, con nuovi assunti, “trombati e figli di…” Quel taglio, sia chiaro, ma anche quello degli staff che costano anche di più, va fatto, ed anche drasticamente, ma si può fare anche da qui a qualche mese.
E ciliegina sulla torta, per dire quanto sono “buoni e bravi” questi grillini e quanto sarebbe gustosa un’alleanza – anche se non organica, come in Trinacria – con loro, si promoziona l’aria fritta ovvero il “modello Sicilia” che, finora, ha prodotto soltanto il nulla. Anzi, no, peggio, semplicemente una sorta di manifesto elettorale programmatico per una coalizione farlocca, vittima delle pretese “pentastellate”, insignendolo del titolo di “legge regionale”. Un articolo e 4 commi nel quale si prevede la “Istituzione dei liberi Consorzi comunali…in sostituzione (non in abolizione, ndr) delle Province regionali”. In pratica, un tuffo nel passato, visto che tali “liberi Consorzi comunali” sono proprio quelli previsti dall’art. 15 dello Statuto siciliano del 1946, tuttora in vigore e che con la legge 9 del 6 marzo 1986 furono trasformati in “Province regionali, costituite dalla aggregazione dei comuni siciliani in liberi consorzi”. Insomma, non è cambiato niente. Anzi, no qualcosa è cambiato le 9 province preesistenti, saranno sostituite da ben 33 consorzi e 3 città metropolitane, ovviamente con relativi organici, politici ed amministrativi. E, poiché, la nuova norma prevede, come nell’immediato dopoguerra, che “gli organi di governo dei liberi consorzi comunali sono eletti con sistema indiretto di secondo grado” ovvero scelti dai consiglieri comunali e non dai cittadini, la “casta” dei “signorotti” e delle “bande” della politica locali, sempre a caccia di cariche e prebende, avranno un ben più sostanzioso bottino da spartirsi. Alla faccia del popolo, secondo “lorsignori”, “bue ed incapace”, che dovrà restarsene a guardare, senza mettere lingua. Proprio come piace a Bersani, Grillo & c. Peccato, per loro, però, che questo fantastico “modello Sicilia” si sia già rotto. Tant’è che, per l’approvazione della nuova legge elettorale, il governatore Crocetta ha dovuto ricorrere ai voti del Pdl. I “grillisti”, infatti, hanno votato contro. Evidentemente, non erano d’accordo sull’adozione anche in Sicilia della preferenza di genere, già approvata e sperimentata dalla Regione in occasione delle regionali 2010, per la quale è possibile esprimere due preferenze, purché maschio e femmina. E’ questo ciò che auspicano Bersani & compagni, per l’Italia, un governo a geometria variabile e flessibile? 
E per questo, stiamo sacrificando all’arroganza bersaniana ed al dispotismo grillino il futuro del Paese? Capisco lo vogliano Grillo e Casaleggio che intendono regalarci la cosiddetta “decrescita felice”, in pratica, la povertà diffusa, (vale anche per loro? L’ex guitto, rinuncerà alla sua fiammante Ferrari rossa?), ma che vi ambiscano anche i piddini, mi sembra decisamente un affronto agli italiani, anche di quelli che per protestare contro la partitocrazia, hanno finito inconsapevolmente per costruire quel mostro a 5 fauci che vorrebbe mangiarsi tutti. Anche loro.

Ultimo aggiornamento ( Sabato 13 Aprile 2013 13:36 )