Mimmo Della Corte
Un fardello 
troppo pesante
 
di MIMMO DELLA CORTE
 
Che il governo, ormai, ci sia, è cosa notoria. Anzi, con 21 ministri, 10 vice e 30 sottosegretari, è un vero esercito. Ma quale colore abbia la sua anima è difficile – per non dire, addirittura, impossibile – dirlo. Anche se la sensazione è che, tra il rosso della sinistra e l’azzurro della destra, prevalga nettamente il bianco del centro ovvero dell’ex balena democristiana, dalla quale proviene la stragrande maggioranza degli “eletti” al soglio ministeriale.
 
Certo, dicono sia un esecutivo politico, figlio delle cosiddette “larghe intese”: Pd-Pdl e Scelta Civica, ma obiettivamente si fa fatica a rendersene conto. Se, infatti, Pdl e montiani hanno messo in campo esponenti di primo piano, gettando sulle loro spalle, responsabilità enormi, i democratici, a parte il vicesegretario, Enrico Letta per la poltrona di premier, e l’ex segretario Dario Franceschini, ma con un ministero: “Rapporti con il Parlamento”, tutt’altro che significativo, si sono rivolti ad elementi quasi del tutto sconosciuti, al di fuori delle mura del Nazareno ovvero la sede nazionale del partito e scegliendo per loro incarichi decisamente marginali. Il che lascia pensare che, mentre il Pdl crede nelle possibilità di questo governo di andare avanti, il Pd la pensa diversamente ed abbia accettato l’invito del riconfermato Capo dello Stato, Giorgio Napolitano, per poter dire “noi ci abbiamo provato, ma non è stato possibile, perché con Berlusconi ed il Pdl non si può discutere”.
 
Il tutto per non sacrificare anche quell’ultimo granellino di credibilità che le vicende postelettorali, ancora non hanno intaccato. Queste, però, sono tutte considerazioni personali, prive di controprove – anche se le prime mosse del governo Letta, sembrerebbero avvalorarle -, per le cui conferme (o smentite, ovviamente) - poiché, come si dice a Napoli “’A verità è figlia d’ ‘ò tìempo” - ci toccherà aspettare ancora qualche mese.
Al di là ed al di sopra, però, delle considerazioni personali, sulla durata, lunga o corta che possa essere, del Governo - tra l’altro, nato sotto una cattiva stella per l’attentato ai carabinieri in servizio presso Palazzo Chigi il giorno del giuramento - ciò che importa, in prospettiva futura, è chiedersi – proprio alla luce dello scarso peso specifico di così grande parte dei suoi componenti all’interno dei partiti di provenienza – se esso sarà in grado di approvare e far passare i provvedimenti indispensabili a rilanciare il Paese, cancellando la tragica eredità lasciata dai tecnici. 
A cominciare proprio dall’ennesimo, durissimo sberleffo che, prima di togliere il disturbo, il governo del “bocconian teacher”, Mario Monti e del ministro dell’Economia (con 5 conti nelle banche delle isole del Canale) Vittorio Grilli, ha ritenuto “doveroso” rifilare al Paese. L’ultimo documento di economia e finanze - approvato solo qualche giorno prima della nascita del nuovo esecutivo quando, per altro, era apparso ormai evidente che sarebbe nato ed a dispetto di quanto lo stesso Monti aveva ripetuto durante la campagna elettorale – ha previsto che l’Imposta Municipale Unica diventasse permanente e bisognerà pagarla ben oltre il 2015, anno in cui, secondo le leggi vigenti, avrebbe dovuto esalare il suo ultimo, pestilenziale, respiro.
 
Certo, il novo esecutivo potrebbe anche varare un altro “def” e cancellarla, ma al momento non sembra averne tanta voglia. In verità, conoscendo profondamente il nostro Paese, la cosa non sorprende poi più di tanto. Non è per caso, infatti, che l’antica saggezza, ha ormai codificato da tempo immemorabile che in Italia, “non c’è alcunché di più definitivo del provvisorio”. E l’Imu, come si sa, al momento della sua istituzione era stata indicata come sperimentale e, quindi, in quanto tale, per definizione, temporanea. Il che, ovviamente, non ne impedisce la successiva stabilizzazione. Sempre, però, che durante la sua esistenza in vita dia buona prova di sé. Di questo balzello, però, tutto si può dire, tranne che lo abbia fatto. Certo, ha portato allo Stato un bel po’ di miliardi di euro, ma ha ridotto senza mutande gli italiani ed anche le aziende, contribuendo in maniera determinante alla riduzione dei consumi ed a rendere ancora più tragica e pesante la recessione. E già qui, a conferma indiretta dei dubbi espressi prima da chi scrive, è scoppiata la prima grana. Anche se perfettamente consapevole dei guasti prodotti dall’Imu e di quale altissimo ostacolo sulla strada dello sviluppo essa rappresenti, il Pd ha ribadito di non essere assolutamente d’accordo con la sua abolizione, solo perché a chiederla è il centrodestra. E per dare la misura di quale sarà il tipo di rapporto che contraddistinguerà questo governo, il piddino Stefano Fassina, si è lasciato andare ad un ricattatorio “Il governo Letta non è il governo del Pdl. Il sen. Berlusconi eviti di creare subito problemi.
 
Sull’Imu come su ogni altro punto programmatico, non può passare la proposta del Pdl, come non può passare la proposta del Pd. E’ necessario un compromesso per andare avanti”. Giustissimo, sempre che, però, le questioni sul tappeto vengano affrontate senza pregiudizi e le soluzioni proposte siano dettate veramente dal buon senso e non dallo spirito di parte e, quindi, dalla voglia di penalizzare qualcuno, tendano all’interesse generale e, soprattutto, puntino a rimettere in moto lo sviluppo, ridando fiducia ad un Paese, ormai, depresso, senza speranze ed incapace di sognare, perché anche i sogni costano. E gli italiani, ormai, non hanno più i soldi necessari a comprarseli. Gli sono stati sottratti in nome di un risanamento di cui, però, non c’è traccia.
Terzietà che, nello specifico dell’Imu, si stenta a vedere. Anzi! Letta, nel suo discorso per la fiducia, ha garantito il rinvio del pagamento della rata di giugno, per avere il tempo di valutare e definire le possibili soluzioni per renderla più equa. Bene, ma questo significa che non c’è alcuna intenzione di abolirla, che si punta, al massimo, ad una semplice rimodulazione, per renderla un po’ meno oppressiva. E, presumibilmente, neanche tanto. Ma questa non era la strada indicata in campagna elettorale dal Pd ed in parte da “Scelta Civica”? Che sia, già, in atto, un tentativo di isolare il pidielle? Che lo si voglia far passare per il “diavolo” che vuole tuffarsi “nell’acqua santa” per intorbidirla e, magari, poi, darla da bere agli “assetati”? Vorrei rispondere di no, ma devo dirvi che sono convinto di si. Un “si” dettato anche dal fatto che proprio Stefano Fassina per dare ancora maggiore forza al suo “no” alla cancellazione dell’imposta sugli immobili, lo ha messo in correlazione con il blocco dell’aumento dell’Iva previsto per il luglio prossimo. “Abbiamo trovato le risorse per la restituzione dell’Imu, che interessa pochi, utilizziamole, piuttosto, per scongiurare l’aumento dell’Iva che, invece, colpisce tutti”, ha detto, l’esperto economico del partito democratico. E questo non è che l’inizio. Oltre a non essere totalmente vero.
Sicchè, se “il buon giorno si vede dal mattino”, la vita dell’esecutivo Letta – lunga o breve, che potrà essere – sarà, a dispetto della, numericamente, larghissima maggioranza di cui è accreditata. tormentata, irta di ostacoli e pericolosamente in bilico. Un giorno si e l’altro pure. Forse sopravvivrà a tutte le tempeste che lo investiranno, ma, in queste condizioni, pensare che possa risolvere i problemi che affliggono il Paese e gli italiani, appare decisamente poco credibile.
 
E così l’Imu continuerà ad accompagnarci “vita natural durante” ed a renderci sempre più complicata e complessa la nostra quotidianità, proprio come quelle tasse o accise che gravano, addirittura per oltre il 60 per cento, sul costo della benzina, ma di cui nessuno conosce l’esistenza. Nate a titolo temporaneo e trasformatesi, tra il disinteresse di tutti e senza che ce ne rendessimo conto, in definitive. La prima fu introdotta da Mussolini per il finanziamento della guerra di Etiopia del 1935; l’ultima, 0,51 euro, tassello è arrivato via Agenzia delle Dogane, nell’agosto scorso. Una storia lunga 78 anni, durante i quali ogni governo ha portato il proprio tassello a questa sorta di “puzzle dell’ignominia” che pesa per circa 0,92 euro, per ogni litro di benzina. Ed a dire il vero che anche su questo fronte il governo dei tecnici si è contraddistinto in maniera particolare, aggiungendone ben 6 ovvero un terzo del totale, in meno di due anni, Inoltre, dal 1999, le Regioni hanno la facoltà di imporre tasse regionali sui carburanti. E non finisce, qui. A queste, infatti, si somma l'imposta di fabbricazione sui carburanti. Il buon senso vorrebbe che al cessare della causa che ne ha determinato l’istituzione, cessasse anche la tassa. Invece non è così. Anzi, Su queste imposte viene applicata anche l'IVA al 21%. Come a dire che in Italia si tassano anche le tasse. Ma neanche quella della doppia tassazione è una novità per gli italiani. Basta pensare alla cosiddetta Imposta Regionale sulle Attività Produttive, meglio nota come Irap, introdotta nel 1997 dal duo Prodi-Visco, una tassa che penalizza soprattutto le piccole e medie imprese ovvero quelle da 50 a 300 dipendenti. Un balzello che cresce con l’aumentare del numero dei lavoratori in organico, perché considera base imponibile anche stipendi e salari, ma anche i debiti con i fornitori e quelli con le banche, ed è indetraibile dall’imposta sul reddito, come indetraibile dall’Ires è anche la stessa Imu. Se ne ricava, insomma, che lo Stato penalizza chi investe nella propria azienda, chi assume, chi paga le tasse ed i debiti con i fornitori, con il ricorso ai prestiti bancari.
 
Tutto questo – insieme alla tassazione indiretta, su alcool, tabacchi, ecc – ha portato la pressione fiscale reale al 55 per cento. Un livello che ha innescato il cosiddetto “effetto Laffer”, dal nome dell’economista statunitense ispiratore della rivoluzione fiscale di Ronald Reagan, ovvero “più tasse, meno gettito”. Tant’è che se nel dicembre 2012 il gettito è sceso del 7,2 per cento, nel mese di gennaio è calato del 5,2. Con una perdita secca nel solo primo mese dell’anno di ben 3mld di euro. Un esito prevedibilissimo, ma non per i nostri tecnici al governo. Per avere la misura di quanto è successo, basta pensare ciò che è successo alla Ferrari nel 2012 che – a fronte di risultati clamorosi all’estero con consegne, fatturato e utile in crescita, rispettivamente, del 4,5 per cento, dell’8 per cento (2,43mild di euro) e del 17,8 (244mln di euro) – ha visto le sue vendite in Italia crollare del 46 per cento, rispetto all’anno precedente. E questo in un segmento di mercato che difficilmente risente delle crisi, provate, allora, ad immaginare cosa è successo nell’ambito dei prodotti di largo consumi e, quindi, teoricamente, accessibile a tutti. Forse, però, non avete alcun bisogno di immaginarlo, lo sapete direttamente. Per tassa subita!
La rinascita della nostra economia e, quindi, del Paese, passa dalla cancellazione di questa triste e pesantissima eredità del passato, aggravata ulteriormente dal governo dei tecnici che anziché, come sarebbe stato logico, eliminare le distorsioni, oltre a rafforzare queste, ne ha aggiunte altre di sua personale ideazione, vedi le due riforme Fornero, quella del lavoro e quella della previdenza che interagendo fra loro, con la prima che ha ridotto la flessibilità in entrata e la seconda che ha bloccato quella in uscita, allungando l’età pensionabile hanno, da un lato, chiuso le porte del lavoro ai giovani e, dall’altro, prodotto un enorme numero di esodati. Sarà in grado di farlo, questo esecutivo che ha cominciato a litigare ancora prima di partire per la luna di miele? Numericamente lo sarebbe. Politicamente, purtroppo no! Tanto più che, il tour europeo del neo premier, ha conquistato tanti sorrisi, qualche scappellotto ben augurante, ma nessuna deroga alla rigidità nei conti.