Mimmo Della Corte
I fans italiani dell’Europa 
un tantinello brilli
 
DI MIMMO DELLA CORTE

 
Checché se ne dica, i fans italiani dell’Europa, più che euforici, sembrano un tantinello brilli, se non, addirittura, ubriachi. L’Euro sta precipitando sempre più velocemente e pericolosamente, verso il fallimento, continuando a produrre danni in quantità industriale e svuotando le tasche dei cittadini; l’Europa della finanza con il suo egoismo e la politica dell’austerità, imposta da frau Angela Merkel e dalla voglia d’imperialismo tedesco, anziché costruire l’Unione, sta sfasciando gli Stati nazionali e li sta consegnando in blocco allo strapotere della Germania eppure loro continuano a cantarne le lodi, all’insegna del morta l’Europa, viva l’Europa.
 
E così, in Grecia Spagna ed Inghilterra, cresce il desiderio di far saltare il tavolo ed in Germani aFrancia e Portogallo, escono libri che contestano la moneta unica, i premi Nobel, Paul Krugmann ed Amartya Sen sono decisamente critici nei confronti dell’Euro perchè privo di una Banca Centrale. Dovunque, insomma, monta il dibattito sull’opportunità o meno di proseguire in questa (dis)avventura, qui da noi è proibito parlarne, perché l’Europa e la moneta unica sono tabù indiscutibili ed inattaccabili. Molok sui quali si può mettere lingua, solo se si è fra quelli che “quando si parla di Europa, bisogna smorzare i toni, sopire le proteste, far dimenticare agli italiani la loro voglia di fuggirne, perché uscirne sarebbe un dramma”.
 A sentirli, vien da chiedersi, “ma ci sono, soltanto ci fanno o magari (scusate la malafede) ci guadagnano?”.
 
E’ vero: “a pensar male, si fa peccato”, ma come si fa, alla luce di quanto è successo in questi dieci anni, anche soltanto ad immaginare che possa esistere qualcuno che in buona fede, sia convinto che a questo Paese, possa capitare qualcosa di ancora più tragico di ciò che è stato costretto a subire dalla nascita dell’Europa ad oggi e, ancora di più, dallo scoppio della “bomba” dei “titoli spazzatura” e, successivamente, dalla questione del “debito sovrano degli Stati” ed il conseguenziale sorgere del rischio “default” per alcuni di loro – compresa l’Italia – e, quindi, l’esigenza di sostenere l’Euro, attraverso il ricorso ad una politica economica che, in ossequio alle direttive comunitarie, trasudavano tanta austerità, rigore ed aumenti di tasse e balzelli, da produrre soltanto recessione, crisi e contrazione delle entrate fiscali. Ce se ne siano dimenticati?
 
Chissà, tutto è possibile in un Paese, come il nostro, laddove ognuno vede ciò che vuole e derubrica, per poterlo poi cancellare del tutto senza remore e rimorsi, a livello di fastidioso accidente della storia, ciò di cui preferisce non accorgersi.
Forse, allora, è il caso di rinfrescargli un poco la mente, cominciando, ovviamente, dall’inizio. Un inizio che affonda le sue origini nella “notte dei tempi”, in quella notte tra il 9 ed il 10 luglio 1992 allorquando su disposizione dell’allora premier Giuliano Amato sempre, ovviamente, in nome dell’Europa, le banche italiane sottoposero i conti correnti dei loro clienti ad una sorta di “salasso primordiale”, prelevando ad ognuno di essi 6 per mille e trasferendolo nelle casse dello Stato. Trasformandolo, quindi, da risparmio privato a risorsa pubblica. Purtroppo, per entrare in Europa bisognava adeguare i nostri conti ai parametri stabiliti dal trattato di Maastricht. E, se è vero che il “buongiorno si vede dal mattino”, il resto del nostro “cursus honorum” non è stato troppo diverso.
 

Per averne consapevolezza, basta leggersi i dati della Banca d’Italia, che ci fanno sapere che nel 2010, il sostegno ai Paesi in difficoltà ci è costato 3,9 miliardi di euro, in pratica lo 0,3 per cento del Pil; l’anno successivo, poi, sempre per sostenere i Paesi in crisi, gli aiuti italiani hanno toccato quota 9,2 miliardi, ovvero lo 0,6 per cento del Pil; e tanto per non essere considerati spilorci abbiamo dovuto mettere in conto finanziamenti per complessivi 29,5 miliardi a favore di Grecia, Irlanda e Portogallo e ancora 5,6 miliardi, seppure in due rate, ci sono serviti per contribuire al capitale dell’Esm, il meccanismo di stabilità che ha sostituito il desueto Fondo Salva Stati. Il tutto per un totale di ben 48,2miliardi di euro. E scusate se è poco. E, badate bene, che ho tralasciato le tre rate, per un ventina di miliardi che ci toccherà pagare per il salvataggio delle banche spagnole. Sicché, mentre le famiglie italiane fanno sempre più fatica per arrivare al 20 del mese, le aziende sbaraccano perché lo Stato italiano, mentre – in ossequio alle imposizioni di Bruxelles dettate da frau Angela Merkel e non sforare il patto di stabilità – non si decide a pagare i propri debiti nei loro confronti, “regala” risorse, sottratte ai cittadini, aumentando la pressione fiscale.
 

Il 30 gennaio di quest’anno la Corte dei Conti nella “Relazione 2012 sui rapporti finanziari con l’UE e sull’utilizzo dei fondi comunitari” ha sentenziato che il contributo dell’Italia all’Unione Europa nel 2012 è cresciuto di quasi 5 punti percentuali (per l’esattezza 4,9) arrivando in valori assoluti a ben 16 miliardi di euro; che il saldo negativo per il Belpaese tra i contributi versati a Bruxelles e le risorse ricevute, nel periodo 2005 – 2011, è stato di ben 39,3 miliardi. Il che fa dell’Italia il terso “contributore netto” (Paesi che mostrano saldi negativi), dopo Francia e Germania e prima dell’Inghilterra. Il “top” è stato registrato nel 2011, quando sono stati girati all’UE ben 16 miliardi, ricevendone soltanto 9,3, con un saldo negativo pari, quindi, a 6,7miliardi di euro. 
Le conseguenze di tutto questo, sono contenute nel “Rapporto 2013 sul coordinamento della finanza pubblica” della stessa Corte dei Conti presentato al Senato alla fine di maggio.
 
In pratica, i dati del rapporto dei magistrati contabili, confermano ufficialmente, quanto, del resto, era stato già sottolineato ovvero che l’austerità ha portato più danni che vantaggi al Paese, contribuendo ad avvitare la crisi, facendo perdere al Paese, dal 2009 ad oggi, ben 230miliardi di Pil e, nonostante la crescita della pressione fiscale, di oltre un punto percentuale, le entrate fiscali – nello stesso periodo – sono diminuite di quasi 90 miliardi. Sicché, al tirare delle somme, non solo è stato mancato il risultato che ci si era prefissi di raggiungere, attraverso il ricorso a manovre d’alto impatto sacrificale: il pareggio di bilancio, ma, addirittura, ha prodotto un ulteriore indebitamento netto di 50 miliardi di euro, decisamente più alto di quello previsto.
 
E dulcis in fundo, il presidente di Confindustria, Giorgio Squinzi e la Federazione degli agenti immobiliare hanno sottolineato che “credit crunch” ed Imu, sommati insieme hanno costretto alla resa quasi 60mila imprese e cancellato in quattro anni, oltre 500mila posti di lavoro. Ma, per gli euroeuforici, il dramma arriverà solo quando, e se, usciremo dall’euro. 
Il commento a tutto questo, lo lascio al compianto Indro Montanelli che in un “controcorrente” di un trentennio fa, raccontava di aver letto su un giornale del ventennio fascista questo titolo “Vecchietta novantenne muore felice cantando Giovinezza!”, aggiungendo che, subito dopo averlo letto, lo stesso Mussolini aveva chiesto il licenziamento del redattore. Domanda per i nostri lettori: secondo voi, ci sarà qualcuno che chiederà il licenziamento di questi euroeuforici, un tantinello brilli?

Ultimo aggiornamento ( Venerdì 12 Luglio 2013 14:49 )