Banca del Sud, di chi l'idea?
| Mimmo Della Corte |
Mimmo della Corte su "il Cerchio" rivendica, giustamente, la primogenitura
di Mimmo della Corte
Poi, arrivò Tremonti e la banca per il, e del, Mezzogiorno cominciò a prendere forma. Ebbene, per quanto mi riguarda, sfido chiunque a non esprimere soddisfazione, nell’accorgersi che, seppure dopo tantissimi silenzi e tanti improperi, le proprie idee, cominciano lentamente, ma imperiosamente, a farsi strada ed, addirittura anche a prendere corpo e consistenza.
I lettori de “Il Cerchio”, ricorderanno certamente, che qualcuno (il sottoscritto), qualche – anzi, più di qualche – annetto addietro, proprio su queste colonne, dopo averlo sottolineato su altre testate – teoricamente, sotto il profilo diffusionale, più importanti – ha ribadito l’esigenza per il Mezzogiorno di poter contare, dopo la svendita “politica” del “Banco di Napoli”, su un istituto di credito meridionale, per origine e gestione, che, a differenza di quanto è avvenuto dalla colonializzazione dell’Istituto di via Toledo in poi, investisse nel Sud, ciò che qui raccoglie.
In verità, devo riconoscere che – ad onore del Cerchio e del suo fondatore-direttore che quando questa mia sottolineatura è apparsa sui giornali, teoricamente, più significativi, è scivolata – come una goccia d’acqua sul vetro – senza lasciare alcun segno e nessuno è sembrato accorgersene, ma quando è apparsa sul “Cerchio” ha scatenato un vero e proprio putiferio di polemiche e proteste da parte degli addetti ai lavori.
A dimostrazione che non è la quantità diffusionale a dare importanza ad un giornale, ma la qualità di chi lo legge e dei contenuti. Ed in questo Giulio Rolando ha dimostrato di essere davvero bravo, non facendo mai mancare alla propria rivista, né lo spessore dei contenuti, né un target di lettori altamente professionalizzati. Di più, nella fattispecie della discussione sul Mezzogiorno, ha messo in mostra anche tantissimo coraggio. Nel momento topico della protesta, non solo mi ha chiesto di andare avanti, ma anche di ribadire questa proposta - insieme a tutte le altre che avevo avanzato nel tempo su cosa, a mio modesto avviso, sarebbe stato necessario fare per ottenere, finalmente, quell’obiettivo di cui, nel nostro Paese, si parla da decenni, ma che, con l’andare del tempo, anziché avvicinarsi, si è, addirittura, allontanato sempre più: il rilancio del Mezzogiorno e l’annullamento delle distanze fra l’Italia del tacco e quella centro-settentrionale e non solo - nel saggio “Buio a Sud” che andavo preparando per la collana i “quaderni del Cerchio”.
E tutto questo, proprio nel momento in cui sul nostro Meridione sembrava dominare imperioso
il silenzio più profondo e proporre soluzioni capaci di fargli recuperare gli atavici ritardi, rappresentava un esercizio non troppo apprezzato, da chi aveva l’interesse a conservarelo “statu quo”, perché l’arretratezza del Sud, rappresentava, e, in molti casi, per la verità, ancora rappresenta, la fonte dei propri successi, sia professionali che economici e da chi, per
motivazioni e strumentalità politiche, aveva tutto l’interesse a sostenere che la questione meridionale era, ormai, bella e risolta.
A dire il vero, quando ci penso, mi fischiano ancora le orecchie e la stessa cosa penso capiti anche a Rolando dal momento che, insieme a me, quei sibili erano rivolti anche a lui, per i “vaffa…” che ci siamo beccati a quel tempo, soprattutto dagli economisti meridionali impegnati a discutere dei massimi sistemi nella maggior parte astratti e senza alcun collegamento con la realtà effettiva e congiunturale del Mezzogiorno, spessissimo, tra l’altro, “l’un contro
l’altro armato” ad accapigliarsi sul sesso degli angeli. E qualche randellata ce la siamo presa anche dai “sudisti” di ritorno – quelli, per intenderci, che oggi discettano della necessità di dar vita ad un “partito del sud” – che idee, a parte quella di “spillar moneta”, fino ad ora, non ne hanno ancora messa in campo alcuna che, al momento, ci accusarono di voler risolvere la questione meridionale con un gioco di parole, perché sostenevamo che la sua soluzione passava
anche attraverso “una revisione culturale del modo di intendere e di vedere il Mezzogiorno, che non doveva più essere considerato un problema, ma una risorsa, forse l’unica ancora a disposizione del Paese, per poter recuperare i ritardi maturati rispetto agli altri Paesi europei” e che oggi gonfiano il petto nel sottolineare che “il Mezzogiorno è una risorsa” e “bisogna smetterla di guardare indietro e cominciare a sbirciare verso il futuro”.
Noi, però, convinti della forza delle nostre tesi, non ci siamo arresi ed abbiamo continuato a parlarne, abbiamo sottolineato la ragione per la quale eravamo convinti delle loro potenzialità intrinseche, di come funzionano, laddove sono in campo e di come dovrebbero funzionare, qui da noi, per rilanciare lo sviluppo dell’Italia del tacco. Ed è chiaro che se ci credevamo, allora, quando eravamo soli a proporle ed a crederci, a maggior ragione ci crediamo oggi,
quando la banca meridionale, grazie al ministro Tremonti è, ormai, in “sala parto”; il “comitato per il Mezzogiorno” (che noi, in verità, avevamo indicato come “Authority”, ma la diversità del logo non ne modifica la sostanza) è in fase di avanzata gestazione; l’adozione della“no tax area” (che il sottoscritto vedeva sull’esempio di quella attuata in Irlanda) o della cosiddetta “fiscalità di vantaggio” (che, sempre il sottoscritto, proponeva di definire “fiscalità di compensazione”, perché deve servire al Mezzogiorno a recuperare i ritardi e le angustie in cui anni di disinteresse lo hanno costretto) è ormai al centro del dibattito politico e si avvia a diventare legge; così come, infine, sotto gli occhi di bue dei riflettori, sono le questioni legate alla flessibilità del mercato del lavoro che il sottoscritto vedeva, e vede, come frutto non delle obsolete e punitive “gabbie salariali” che dividono i lavoratori, in stipendiati di serie A, quelli del nord a stipendio pieno, è di serie B, quelli meridionali a stipendio mensilmente e regolarmente decurtato, indipendentemente da come vanno le cose per le aziende, bensì come risultante dell’adozione del sistema a paga partecipativa che non taglia i salari, ma li congela, in attesa dei risultati aziendali.
Di più. Le analogie tra quello che noi proponevamo e quello che il Ministro Tremonti ed
il Governo vorrebbero realizzare oggi, non si limitano allo strumento, ma vanno ben oltre.
Soprattutto per quanto attiene la Banca. Tant’è che se è vero, com’è vero – ed i lettori lo sanno, perché da noi, a suo tempo, scritto nero su bianco – che noi avanzammo l’idea (e anche questo scatenò qualche polemica con i diretti interessati) che la Fondazione Banco di Napoli si facesse carico, per accelerare i tempi di realizzazione di una struttura unitaria, di mettere insieme, in una sorta di consorzio, le piccole strutture bancarie che ancora esistono nel Mezzogiorno, un’operazione analoga a quella grazie alla quale, qualche secolo addietro, fu possibile la nascita del Banco di Napoli; è altrettanto vero che Tremonti prevede di affidare alla nascente Banca meridionale, anche il compito di mettere in rete gli istituti di credito cooperativo del Sud, seguendo, in pratica, la stessa strada che in Francia ha generato il Crédit Agricole.
Per carità, lungi dal sottoscritto e, credo, anche dal direttore e da “Il Cerchio”, la voglia di accampare meriti o mettere bandierine, tanto più, che qualcuna di queste proposte (“no Tax area”) è stata poi fatta propria da altri (vedi, ad esempio, l’Istituto Leoni ed Angelo Panebianco, sul Corriere della Sera) certamente più rappresentativi, significativi e, magari, anche più credibili di noi, ma la soddisfazione e l’orgoglio di aver visto giusto e, perché no, anche prima di loro,
nessuno potrà mai toglierceli. E, poi, diciamoci la verità, nel proporli non inventavamo alcunché e non scoprivamo di certo il segreto dell’uovo di Colombo, dal momento che si trattava di strumenti non nuovi e per di più già utilizzati in altre realtà continentali e non.
Noi ci siamo limitati semplicemente a calarli sul territorio e nella realtà meridionale per provare a renderci conto della loro compatibilità con l’area e ne abbiamo tratto la convinzione della loro più totale adattabilità. Ricavandone come da questa adattabilità potrebbero scaturire solo benefici per l’Italia del tacco. Certo,bisognerà verificarne la funzionalità pratica, ma questo non dipende dalla validità dello strumento, che a noi sembra fuori discussione, bensì da comeverrà realizzato e reso operativo.
Speriamo bene, allora!
Da "Il Cerchio" - Rivista di cultura e politica 4/2009 - HERI DICEBAMUS -
venerdì 4 dicembre 2009 alle ore 9.07
Ultimo aggiornamento ( Venerdì 11 Dicembre 2009 20:01 )