Ecco la destra che fa tremare Bruxelles
 
di Antonio Rapisarda
 
Con la batosta inflitta da Alternative für Deutschland alla Cdu di Angela Merkel nel Maclemburgo i nazional-populisti d’Europa hanno abbattuto l’ultimo totem: quello che voleva la Germania, motore economico e dirigista d’Europa, impermeabile all’ondata di dissidenza in nome di sovranità e legittima difesa dei confini.
Di fatto con l’affermazione del movimento di Frauke Petry è crollata la vulgata che voleva i movimenti identitari lievitare solo laddove la crisi economica e l’esplosione dell’immigrazione massiva spaventavano il piccolo ceto medio e l’area proletarizzata:
come si è visto, invece, dai quattro angoli del Continente il moto di reazione è interclassista e proviene da Paesi con il Pil elevato così come dai «Pigs», dagli Stati multietnici così come da quelli storicamente più gelosi della propria specificità.
Di fatto una nuova soggettività identitaria sta assumendo contorni internazionali e un’agenda sempre più chiara rispetto al «super Stato» della Ue.
 
LA DOMENICA «TERRIBILE» PER L’UE
Per i movimenti della cosiddetta destra sovranista questo 2016 serba ancora alcune occasioni d’oro per dimostrare che il vento nella Vecchia Europa è cambiato: domenica 2 ottobre l’Ue tremerà per due motivi. In Austria, prima di tutto, dove si ripeteranno le presidenziali - annullate per «irregolarità» ai danni del candidato di destra - e dove l’Fpoe con Norbert Hofer ha la possibilità di diventare il primo movimento radicale ad eleggere un presidente della Repubblica dal dopoguerra. Sempre lo stesso giorno in Ungheria il premier Viktor Orban, campione del politicamente scorretto nonché leader di Fidesz (partito che viaggia sul 52%), ha promosso un referendum popolare in risposta al piano europeo sulle quote di migranti. Il quesito è semplice: «Volete che l’Unione Europea, anche senza consultare il parlamento ungherese, prescriva l’immigrazione in Ungheria di persone che non sono cittadini ungheresi? Sì o no?». Nello stesso giorno, insomma, potrebbero arrivare dalle urne due messaggi inequivocabili dalla Europa reale a quella «legale».
 
A MARZO TOCCA A WILDERS
Chi potrebbe approfittare presto dell’onda lunga dello tsunami populista è Geert Wilders, uno dei leader dell’Efn, l’eurogruppo degli identitari europei che comprende anche la Lega. A marzo con il suo Pvv, il Partito della libertà, l’olandese potrebbe tentare il colpaccio alle elezioni nazionali dato che da mesi è indicato come il vincitore designato. «Vogliamo controllare il nostro paese, la nostra moneta i nostri confini e le nostre politiche migratorie. L’Olanda - ha spiegato Wilders alla vigilia del referendum inglese - deve dire quanto prima la sua sulla Ue». Lo ha detto con cognizione di causa: un’eventuale affermazione del partito di Wilders porterebbe con sé - come promesso mesi fa anche dal capodelegazione europeo Marcel De Graaff - una replica in salsa olandese del referendum sulla Brexit: la «Nexit». Dopo la bocciatura olandese dell’allora bozza di costituzione europea, un altro segnale analogo dai Paesi Bassi risulterebbe disastroso per l’Ue.
 
IL FN SI GIOCA L’ELISEO
A maggio, poi, toccherà alla «madame». A quella Marine Le Pen che ha costruito con il suo Front National la macchina politica perfetta divenuta modello per gran parte dei movimenti sovranisti. A maggio prossimo, dopo aver ottenuto e confermato di essere il primo partito di Francia con il 30%, la figlia di Jean-Marie tenterà il colpaccio alle Presidenziali. Se il primo turno - anche se dovesse essere sfidata a destra da Sarkozy - sembra in cassaforte, resta il timore di essere fermata al secondo turno dal «tutti contro Marine» come già avvenuto alle Regionali con l’alleanza repubblicana. Per questo motivo lo slogan scelto per la campagna elettorale è la «La France apaisée», la Francia pacificata. Un modo - e ultima fase della dédiabolisation - per esorcizzare parte della distopia immaginata da Michele Houllebecq in Sottomissione e per rendere governativo il gesto di rottura epocale che potrebbe determinare una Le Pen all’Eliseo. Un gesto che metterebbe in discussione più di ogni altra elezione l’impianto di Bruxelles.
 
A EST SOVRANISTI GIÀ AL POTERE
A Est la formula sovranista è da tempo forza di governo. Non solo in Ungheria. In Polonia, ad esempio, governa un partito dichiaratamente euroscettico, Diritto e Giustizia, che ha fatto sentire pesantemente la sua voce per dire no alla politica di redistribuzione dei profughi. In occasione dell’aggravarsi della crisi migratoria, i polacchi hanno fatto asse con l’Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca. Anche in quest’ultimo Paese sta prendendo piede la critica alla Ue, portata avanti direttamente dal presidente Zeman, che vuole promuovere un Referendum per uscire da Ue e addirittura dalla Nato. In Slovacchia, invece, il Partito Nazionale, con l’8% guadagnato alle ultime elezioni, governa in un esecutivo di coalizione con tre ministri.
 
L’ONDA ARRIVA ANCHE AL NORD
L’Ue di stanza a Bruxelles è letteralmente «accerchiata» da un’internazionale sovranista che non si accontenta più del ruolo di terzo incomodo. Lo dimostra il fatto che anche nei Paesi dell’Europa del Nord, campioni di welfare e di accoglienza, la «narrazione» sta cambiando verso. In Danimarca, il Partito del Popolo Danese esprime 37 parlamentari su 179. Anche in questo caso la crescita, registrata sin dalle elezioni Europee, va ricondotta alle questioni riguardanti l’immigrazione e alla critica verso l'Euro, che il paese non ha adottato e che il Partito del Popolo non vuole adottare. In Finlandia crescono invece i Veri Finlandesi, che nel 2015 hanno ottenuto il 17.7% dei seggi, diventando il secondo partito nazionale ed entrando quindi nel governo. Anche in Svezia esiste una formazione in pieno sviluppo: si tratta dei Democratici Svedesi che dopo la Brexit ha chiesto un referendum analogo.
 
06/09/2016 
FONTE: http://www.iltempo.it/politica/2016/09/06/ecco-la-destra-che-fa-tremare-bruxelles-1.1571051