Giuseppe Ambrogio

di Giuseppe Ambrogio

La domanda che gli analisti politici si sono posti frequentemente negli ultimi tempi riguarda i meccanismi, piuttosto oscuri, che hanno condotto alla scelta dei candidati alle elezioni europee. Basti pensare che il Corriere della Sera del 4 maggio ha dedicato sei pagine alla separazione tra Berlusconi e la Lario per una lite scaturita, si vocifera, per la candidatura di tre “donne-immagine”. Un dato su tutti sembra la costante tendenza a proporre visi conosciuti perché provenienti dalla televisione o comunque dallo spettacolo.

Ovviamente due sono stati gli schieramenti contrapposti che ancora una volta hanno cozzato tra loro a suon di polemiche. Da un lato i “garantisti”, cioè coloro che utilizzando l’art.49 della nostra Costituzione a supporto, o forse a banale giustificazione, riconoscono a tutti il diritto di concorrere liberamente alla determinazione della politica; e dall’altro coloro i quali invece snobbano i candidati-soubrette perché ritenuti fin troppo “marionettabili”. Ora, vero è che la televisione, oggi più che mai, produce una buona quantità di letame ed innalza al ruolo di esempi positivi personaggi di bassissimo calibro, per carità bellocci, ma cerebralmente spesso sterili, incapaci di elaborare persino frasi elementari  di senso compiuto. Ma pur tuttavia, devesi registrare una evoluzione (rectius involuzione) del costume italiano. A partire dal ’94 la politica, volenti o nolenti a causa del berlusconismo e della rottura post prima repubblica, si è spettacolarizzata. Ciò ha prodotto una “smilitarizzazione” delle sezioni dei partiti. Dal ’94 vale il principio del partito “di carta”. Quindi alla base non c’è più il dibattito né la dialettica delle correnti. In questo marasma politico, fondato sul circolismo e sul soubrettismo, qual è la giusta via da intraprendere al fine di realizzare davvero la rappresentanza politica? Cioè, la questione è se davvero questo Paese, il nostro Paese, deve essere ridotto a ciò che viene fuori dai programmi televisivi. E qui una parentesi è d’obbligo. La televisione oggi è merchandising, è intercettazione di target da soddisfare, ricerca di audience. Ma se è vero questo, sarà tanto più vero che la tv offre ciò che la gente chiude. Domanda e offerta si incontrano nel tubo catodico frequentemente. Quindi il messaggio che passa, guardando il Grande Fratello o La Fattoria è che la società si interessa a questi eventi, li segue, si appassiona e perciò stesso si appiattisce sugli standard mostrati, tanto da emularne le gesta, ancorchè inconsulte! Ma se questa operazione la fa la tv, volete voi che la politica, la quale trae linfa vitale dal consenso popolare, non svolga bene o male lo stesso ragionamento dei produttori televisivi? Scontato il sillogismo, scontata la risposta. Solo così è possibile spiegare il perché di un così grande aumento dei candidati-vip. Non tralasciando di considerare che essi vengono comunque pesati sondaggisticamente  prima di diventare carne da macello elettorale. Purtroppo però quasi sempre il contributo più ragionevole che apporteranno alla politica sarà la misura del loro reggiseno. Ma è stato forse meglio il politico di mestiere? Formatosi nelle recondite sezioni di partito, fedele attendente del leader di turno, in attesa di gerarchica ascesa? Sicuramente costretto ad una sostanziale preparazione politica, ma indubbiamente legato a posizioni di corrente, quindi spesso chiamato a difendere idee non sue.La domanda da porsi è se questo attuale sistema così come si sta delineando, hic et nunc, non risponde veramente a quelle che sono le esigenze del Paese, qual è la strada da percorrere? Inevitabilmente ogni riflessione non potrà prescindere dal sistema elettorale sotteso alle candidature. Esemplificando, a legislazione vigente in materia di elezioni europee, ogni partito che avesse selezionato “vip” lo avrebbe fatto a suo totale rischio e pericolo, e ciò per la semplice ragione che comunque i candidati devono raccattare preferenze. Viceversa, alle Politiche, il sistema delle liste bloccate, il sistema dei nominati, fa sì che si venga eletti senza un diretto vaglio dell’elettorato. Pertanto il pericolo dell’arretramento sia morale che culturale della nostra politica è proprio dietro l’angolo. Tuttavia, ancora una volta in medio stat virtus, probabilmente l’utilizzo delle preferenze potrebbe tirarci fuori dall’ennesimo intrico al quale la politica ci ha portato e la polemica ci ha costretto.

Giuseppe Ambrogio  

Ultimo aggiornamento ( Domenica 24 Maggio 2009 10:23 )