| Editoriali - Giuseppe Ambrogio |
Il magistrato non è una parte sociale, non può e non deve essere un interlocutore politico
di Giuseppe Ambrogio
Nel panorama politico odierno impazza la discussione intorno ad una pressoché inopportuna riforma della prescrizione penale.
Tralasciando i motivi più strettamente politici (o personalistici) che stano guidando la volontà delle forze di maggioranza, uno sguardo tecnico - o pseudo-tale - potrebbe servire a chiarire i punti più oscuri che dovranno essere affrontati.
In via preliminare deve chiarirsi che la prescrizione, nel nostro ordinamento, è un istituto previsto dal codice penale attraverso il quale si garantisce al reo che lo Stato non lo perseguiterà per sempre, ma solo entro certi termini, previsti dagli artt. 157 e seguenti del codice stesso. In altre parole, lo Stato manifesta la sua pretesa punitiva fino ad un certo punto, oltre il quale non ritiene sia più opportuno interessarsi alla punizione per quel determinato reato.
Detto così il lettore sprovvisto di nozioni giuridiche o di frequentazioni giudiziarie si indignerà. Invero, basterebbe passeggiare anche una sola mattina nelle aule di giustizia per toccare con mano l’immane numero di procedimenti che si celebrano, non tanto e non solo nelle sedi giudiziarie principali ma anche nelle remote provincie.
Ciò detto, è risaputo che l’esigenza primaria cui dovrebbe mirare il legislatore è quella di dettare tempi certi per i processi. Ma alla domanda di giustizia che proviene dal cittadino può rispondersi abbreviando la strada per l’impunità?
Cioè, se è vero, come è vero, che i tempi dei processi in Italia sono biblici, e che è opportuno snellirli, è sufficiente dare un colpo di spugna ai procedimenti in corso (attraverso la prescrizione breve), così agendo ancora una volta a valle e non a monte del problema?
Sotto il profilo più strettamente sistemico non può non rilevarsi che gli effetti, almeno nel breve periodo, saranno gli stessi che seguirono all’indulto approvato appena qualche anno orsono.
Di più grande allarme, a mio modesto avviso, saranno gli effetti nel lungo periodo. Infatti, l’eventuale approvazione del testo appena depositato in Senato, rebus sic stantibus, provocherà immancabilmente un effetto distorsivo derivante dal messaggio che ancora una volta il sistema penale trasmetterà: quello di non essere in grado di assolvere al suo compito precipuo: la deterrenza.
E’ sotto gli occhi di tutti che quasi mai si riesce ad avere una condanna nel giro di due anni.
Nel 1968 David Becker sosteneva, sulla base dell’analisi economica applicata al diritto, che tanto più alta è la possibilità di essere scovati, perseguiti e condannati, e tanto più bassa sarà la tendenza a delinquere.
Alla luce di questa semplice considerazione non può non essere evidente che se alla minaccia di pena non segue la pena allora la minaccia non serve a nulla, quindi tanto vale che la si smetta di minacciare dei “povericristi”, i quali a questo punto potrebbero addirittura convenire lo Stato in giudizio per minacce!
Fuori dalle paradossalità alle quali ci spinge questo allegro legislatore, mi sembra palese che quella della prescrizione non sia la strada giusta da intraprendere, se non altro per gli innumerevoli profili di incostituzionalità presenti nel progetto di legge.
A tal proposito è opportuno segnalare - soltanto a mo di esempio - che una riforma tal fatta, che non possa applicarsi ai procedimenti al momento pendenti in grado di appello sia contraria al principio generale per cui le leggi successive più favorevoli al reo debbano ad esso essere estese, e ciò in rispondenza al tanto ignorato art. 3 Cost.
Il punto nodale è che se un problema della giustizia esiste, ed esiste, l’opzione che si vuole scegliere è errata nel metodo e nel merito. Non è togliendo i margini temporali che si aiutano gli operatori del diritto ad applicare la legge. Al contrario, è passando dalle parole ai fatti che sarà possibile intervenire seriamente in materia, magari cominciando a finanziare quell’opera di innovazione tecnologica degli uffici giudiziari tanto declamata.
Sul punto una parentesi è d’obbligo: è necessaria una riqualificazione professionale degli addetti alle cancellerie ed alle segreterie, i quali, a mio avviso, hanno poca familiarità con gli strumenti tecnologici e avrebbero più bisogno di supporti informatici piuttosto che di lezioni di buona educazione, quasi fossero delle educande!
Faccio un altro esempio derivante dalla mia percezione diretta: un giudice rinvia l’udienza di dodici mesi (dicasi dodici) perché andrà in maternità e non ha un sostituto.
Ebbene, caro Ministro della Giustizia Ghedini (ehm, scusate, Alfano), non sarebbe più opportuno assumere un numero maggiore di magistrati, piuttosto che intervenire a macchia di leopardo nel sistema penale? Non sarebbe più saggio, specie in campo penale, riformare il sistema partendo dal diritto sostanziale piuttosto che da quello processuale, eliminando così tutta una serie di inutili fattispecie incriminatrici che intasano i ruoli giudiziari?
Qualcuno dovrebbe poi trovare anche il coraggio di ripensare il ruolo della magistratura, non solo attraverso la separazione delle carriere, ma anche con il divieto di associazionismo che attualmente inquina correntiziamente tutte le sedi giudiziarie. Il magistrato non è una parte sociale, non può e non deve essere un interlocutore politico, il magistrato è il braccio armato dello Stato attraverso cui si applica la legge.
A qualcuno dovrebbe venire in mente di incardinare il giudice, e non il pm, nell’alveo della pubblica aamministrazione esigendo efficienza dal suo lavoro, intendendo per essa, per esempio, che se un’udienza è convocata per le ore nove il giudice deve essere in aula alle nove meno un minuto e il cancelliere e le parti alle otto e quarantacinque.
Insomma il sistema deve essere ripensato dalle radici, intervenendo a monte sui punti nevralgici. Risulta indispensabile quindi una riforma che guardi al futuro e che sia concepita da chi non ha preconcetti né interessi di parte, in altre parole in un clima di dialogo dove i dissapori ideologici risultino affievoliti rispetto al bene comune cui la politica disattende da troppo tempo.
Giuseppe Ambrogio