| Editoriali - Giuseppe Ambrogio |

di Giuseppe Ambrogio
In attesa che qualche “passacarte convenzionato” nonché burocrate incallito ci spieghi in punta di diritto le motivazioni che supportano il dispositivo della sentenza della Corte di Strasburgo sul crocifisso, qualche sensazione a distanza di giorni e a mente serena può essere espressa, soprattutto allorquando la lucidità diventa forza egemonica posta a guida della nostra condotta.
Qualcuno, in forza di una convenzione internazionale, precisamente poco più che europea, sui diritti dell’uomo e sulle libertà fondamentali, ha stabilito che l’Italia sbaglia se ricorda le sue tradizioni, se fa rivivere, giorno dopo giorno, e per di più in luoghi ove si estrinseca la cultura, i valori che hanno contraddistinto il suo popolo, che hanno fatto grande la nostra nazione, che hanno determinato la storia nel corso degli ultimi secoli. Questo qualcuno pretende di abbarbicarci tutti dentro l’omologante conformismo che è diventato testata d’angolo in questa nuova Europa, senza più padri né padroni.
Fuor di retorica, credo che prima di ogni altra considerazione, chi voglia approcciarsi al tema in discussione deve orientare il suo ragionamento a partire da una metodologia storico-sociologica. Cioè, ben precisando che il crocifisso è il simbolo della cristianità, e perciò stesso in “concorrenza” sul piano religioso con tutti i simboli delle altre confessioni, o almeno con quelle riconosciute ed approvate dalla Repubblica, non può negarsi che il nostro paese sia fortemente contraddistinto da profonde radici cristiane.
E ciò non solo per la presenza del Vaticano, ma per una miriade di altri fattori, basti pensare al contributo per la lotta all’analfabetismo che Santa Romana Chiesa ha condotto a partire dalla fine del XIX secolo; oppure al grande collante sociale che furono le parrocchie fin tanto che la televisione non irruppe nelle maglie della società. Il dato educativo che ne venne fuori è a tutt’oggi sotto gli occhi di tutti. Si estrinseca quotidianamente nel comportamento di tantissimi italiani. Si ponga mente ad esempio alle differenze che intercorrono tra i nostri soldati, impegnati in teatri internazionali di conflitto, rispetto ai tanti loro colleghi di altre nazioni: mi riferisco soprattutto alla grande capacità riconosciuta agli italiani di essere aperti al dialogo con il prossimo e di saper rispettarne le usanze.
Per essere espliciti: passa molta differenza tra uno sceriffo yankie che prima spara e poi discute sulle ragioni della sua condotta e un maresciallo dei carabinieri, che, almeno nel mio immaginario, è un tipo un po’ panciuto che - magari davanti ad un caffè - accomoda le divergenze tra due litiganti.
Ebbene, il lettore potrebbe chiedersi che c’entra il crocifisso con i carabinieri. C’entra c’entra. Il nocciolo della discussione è che tutta la nostra società, a tutte le sue latitudini, ha una radice comune, un minimo comune denominatore.
D’altra parte una nazione è tale non tanto quando ha fissato i confini e dato le leggi che regolano i rapporti tra consociati, perché quello è al più uno stato. Una nazione può definirsi tale solo se trova delle consuetudini condivise; penso ai costumi, alle abitudini, perché no alla cucina, allo sport, e più che mai alla morale. Già la morale. E chi se non il Libro dei libri ha dato fondamento alla morale italiana? E cosa se non gli insegnamenti evangelici hanno rattoppato gli strappi storici provocati al nostro tessuto sociale dal passaggio di innumerevoli conquistatori?
Non credo si debba essere clericali per poter sostenere che il crocifisso oltre che
l’“insegna della ditta cattolica” è, almeno nel nostro paese, il simbolo della storia, della tradizione nella quale si riconosce il popolo italiano, di quei valori condivisi dai più che hanno delineato la strada che da oltre due millenni percorriamo insieme.
La prova che ciò che sostengo non è frutto di cieca fedeltà né a Dio né a Mammona è data dalle dichiarazioni di tutti gli esponenti politici dell’arco costituzionale, i quali, se davvero crediamo a quell’idea politico-filosofica per cui rappresentano la Nazione, hanno profferito unilaterale sgomento nei riguardi del provvedimento adottato dalla Corte.
Se ne facciano, pertanto, una ragione tutti i figli della cultura dominante atea, perché in gioco non c’è, come si vuol far sempre credere, la laicità dello stato, la quale esiste, anche in Italia, ed è forse alle volte pure eccessiva.
La vera questione è se ci sia compatibilità tra un’aula di giustizia o di scuola elementare ed un simbolo denso di storicità e di moralità. Ciascuno potrà trovare la risposta nella propria coscienza, stimolata a dovere dalla cultura alla quale appartiene, ma una cosa rimane immutabile: quell’uomo martoriato ed inchiodato alla croce rappresenta un fatto, storicamente accaduto, che ha dato il la, secondo una sequenza eziologica, a molto di quello che noi oggi siamo e di quello che saremo. Perché vergognarsene?
Giuseppe Ambrogio