Cultura - Film

La bocciatura

di Maurizio Cabona

Era prevedibile che la commissione per l’Oscar trovasse cinque film migliori di Baarìa, nella sua ridondanza che lo rende insieme prologo e seguiti di Nuovo cinema Paradiso a opera di un regista autoreferenziale che - come Sergio Leone - voleva fare L’assedio di Leningrado alla maniera di C’era una volta il West, irrorando il tutto con la colonna sonora intimidente e invadente di Ennio Morricone.

E poi non deve aver giovato alla considerazione del film che il suo produttore si fosse tanto sbilanciato: «Un capolavoro», lo definì Silvio Berlusconi prima dell’apertura della Mostra di Venezia. «Povero Tornatore, gli ha dato il bacio della morte», fu il commento generale al Lido.

Tornatore, invece di prenderlo - ormai... - e di tagliare un’ora di film, replicò, prese distanze, fece distinguo. Ma che cosa distingui quando hai speso ventisei milioni di euro, sei dei quali pubblici? Quando superi il preventivo al punto da far rinviare altri due film che la Medusa aveva in progetto?

A qualcuno parve che Berlusconi avesse voluto creare il caso per marchiare il film di dire cose di sinistra con soldi di destra. Più probabile che, da consumato imprenditore, soffiasse sulle fiamme delle polemiche per distrarre il pubblico, quello italiano almeno, dal fatto che, sotto, l’arrosto era bruciato.

In effetti il pubblico italiano ha risposto bene a Baarìa, concedendogli il secondo incasso autunnale per un film italiano. Il primo era stato però di Checco Zalone, cioè il Davide pugliese aveva battuto il Golia siciliano. Un segno anche. L’altro giorno c’è stata la sconfitta nei Golden Globe, un altro segno: la giuria dei giornalisti stranieri è di solito in sintonia con l’Academy...

Anche questa volta, come nel caso di Gomorra di Matteo Garrone, si scatenerà il piagnisteo italiano. Congiura, si disse allora, contro il film sulla camorra girato con veri camorristi fra le case dei camorristi, insomma sotto il loro benevolo occhio. E congiura, si dirà o si penserà anche oggi da parte di alcuni. Ma Giuseppe Tornatore non aveva già vinto - meritatamente - l’Oscar per il film in lingua non inglese con Nuovo cinema Paradiso, che il suo produttore di allora - Cristaldi, non Berlusconi - gli aveva saggiamente tagliato di un’ora circa? E poi congiura di chi? Contro chi? E perché? C’è forse un diritto italiano di prelazione sull’Oscar, come certi commentatori sportivi immaginano che si sia un diritto di prelazione italiano sui Mondiali di calcio o sulla Champions League? Perché il patriottismo italiano, indebolito ovunque, s’inasprisce solo nel cinema e nello sport? E li ci si mette il presidente della Repubblica a creare attese che per lo più risultano vane. Una volta si diceva; nobiltà tace. Perciò oggi tutti parlano.

Risaliamo nel tempo. Sulla collina delle velleità, gli ultimi titoli italiani a stramazzare sono stati La bestia nel cuore di Cristina Comencini, Nuovo mondo di Emanuele Crialese, La sconosciuta, ancora di Tornatore. Oggi chi li rivedrebbe? Il discorso vale anche per film che l’Oscar l’hanno preso e naturalmente anche film non italiani. C’è solo una categoria di film superiore a quelli che hanno vinto l’Oscar (o la Palma, il Leone, l’Orso, premi di natura più estetica che industriale, però): quelli che non li hanno vinti. I quattro quinti dei film che restano nella memoria non hanno vinto nulla. Però anche questa regola va presa con garbo, altrimenti sarebbe «vincitore» Vincere di Marco Bellocchio, che ha fatto di tutto - ma veramente di tutto - per scavalcare Baarìa nella candidatura dell’Italia.

Che cosa resta della mancata spedizione a Los Angeles di Tornatore, oltre al risparmio del biglietto aereo? La lezione d’umiltà con la quale un giorno il regista di Bagheria vincerà ancora. Una lezione traducibile così: lo spettatore deve entrare al cinema senza avere la sensazione d’aver già visto il film, tanto se n’è parlato prima; e identificando la famiglia sullo schermo con la sua, non vedendone una dove tutti sono giovani e belli, anche da vecchi. E deve uscirne trovandolo troppo breve, non troppo lungo.

articolo di giovedì 21 gennaio 2010
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