Cultura - Film

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Tre dimensioni che non fanno un'emozione

di Francesco Bonami

Abbiamo visto negli Usa il kolossal di James Cameron, in Italia dal 15 gennaio. Una pellicola da cinquecento milioni di dollari, oltre 21 milioni di ore di lavoro al computer e occhiali tridimensionali. Ma la storia è normalissima, l'esperienza eccessivamente artificiale. E il finale non è proprio memorabile. 

A me i film in 3D dove ti devi mettere gli occhiali da sole non sono mai piaciuti. È come se ti volessero obbligare a leggere Guerra e Pace in braille anche ci vedi benissimo. Non solo. A me non piacciono nemmeno i film di fantascienza, quelli con le astronavi e la gente alla quale per qualche strano motivo sono venute le orecchie a punta e degli strani bernoccoli sulla fronte. A me piace la fantascienza alla Philip Dick, quella di Blade Runner dove Harrison Ford ha il suo bell’impermiabilino classico e i robot sono gente come noi. Insomma, una fantascienza più credibile di quella da favola naturista che ci vuole raccontare James

Cameron con il suo Avatar. Gli ci sono voluti per farlo 489 milioni di dollari, che probabilmente recupererà presto. Il primo fine settimana, il film, che uscirà in Italia il 15 gennaio, ha raccolto negli Stati Uniti 73 milioni di dollari. Per ogni secondo del film, che dura due ore e mezzo, sono state necessarie 2400 ore di computer. Quindi in totale 21.600.000 ore di computer. Il risultato? Beh, senza voler fare il disfattista luddista pensavo meglio. Non che non mi sia divertito, ma mi sarei divertito uguale anche se fosse stato in 2D. Ma James Cameron è fissato con la tecnologia. Dalle interviste si ha l’impressione che consideri Godard un coglione e Orson Well con il suo Quarto Potere un incapace dal punto di vista tecnico. Per lui non ci sono dubbi: il futuro del cinema sarà in 3D. Che è un idea molto limitata. Il cinema fin dalla sua nascita ci ha trasportato in tantissime dimensioni diverse e sicuramente ben oltre la terza.

Ma Cameron sembra essere principalmente interessato alla trasformazione dell’esperienza fisica dello spettatore. Quella spirituale, mistica e intima che invece il cinema è stato capace di attraversare con capolavori girati in 1D, lo stimola meno. Eppure La finestra sul cortile di Hitchcock non ha avuto certo bisogno del 3D per essere quella pietra miliare del cinema che si può vedere e rivedere all’infinito. Avatar, pur essendo infinito per lunghezza, basta vederlo una sola volta ed è già abbastanza. Io poi, forse per incipiente Alzheimer, o perché il film non è così incisivo sulla memoria, già non ricordo più come va a finire. Il popolo dei Na’Vi, aiutati dal paraplegico ex marine Jake Sully, non bastano a rendere il finale memorabile. Avatar si potrebbe descrivere come un minestrone dove c’è un mix di Apocalypse Now, il cartone animato Pocahontas, L’ultimo dei Mohicani, Jurassic Park e Transformers. Avatar è più o meno un enorme, sofisticato, videogame dove noi spettatori diventiamo parte del gioco. La terza dimensione non ci fa sentire come se fossimo veramente dentro la realtà del film, piuttosto trasforma la nostra esperienza visiva ed emotiva in un’esperienza artificiale. Diventiamo Avatar, ovvero i personaggi dei videogame che impersonano il giocatore. Anche se secoli prima che arrivassero i computer Avatar era anche uno come Gesù, ovvero un Dio che prende le sembianze umane. Oggi Avatar sono gli uomini che attraverso il computer credono di essere degli dei. Sicuramente mezza divinità deve sentirsi il regista Cameron, che è stato capace di creare un mondo così virtuale che non sembra per niente vero. Anche se, da qualche parte nel paradiso digitale di Hollywood, esiste.

La storia è normalissima, quasi antica. È quella di un popolo puro, come erano i nativi americani, seduti su una terra ricchissima che fa gola agli impuri e violenti conquistatori che per il profitto se ne fregano di qualsiasi spiritualità e mito. È la storia dei Na’Vi, popolo di fuori misura che ha le sembianze dei ballerini del Musical Cats. Vivono sul pianeta Pandora che, a differenza dell’omonima scatola, non racchiude i mali del mondo ma tutte le sue meraviglie. Il loro piacere massimo si chiama “zahelu” che consiste nel connettere la punta della propria coda con la punta di altre code, da quelle degli alberi a quelle di creature volanti, implumi e schifose simili a dei lepidotteri preistorici. «Facciamoci un bel zahelu» corrisponde al nostro volgarissimo «facciamoci una bella scopata». I Na’Vi hanno anche qualche lontana somiglianza con i trans di Marrazzo. Le loro orecchie sono estremamente mobili così come la loro coda che non sta mai ferma.

Alcuni dei Na’Vi, molto pochi a dir la verità, hanno, non si sa come, imparato a parlare inglese. Gli altri parlano una lingua strana che suona molto come tutte le altre lingue degli indigeni della storia del cinema. I sottotitoli sono titoli galleggianti, visto che grazie al 3D volteggiano nella sala buia sopra le nostre teste. I Na‘Vi sono un popolo altamente spirituale, dove l’amore per la natura sembra predominare. Le armi a loro disposizione sono il classico arco con le frecce. Difesa del tutto inefficace contro gli elicotteri, i bazooka e gli enormi carri armati a forma di transformers guidati da spietati militari americani. Anche se misteriosamente alla fine le frecce diventano molto più lunghe e potenti, riuscendo a fracassare i parabrezza dei mezzi militari infilandosi nel petto dei feroci nemici. C’è anche il classico generale stronzo alla Robert Duval di Apocalypse Now, che pur di far sloggiare i Na’Vi da sopra il giacimento del preziosissimo minerale Unobtanium, è disposto a tutto, anche ad abbattere un immenso albero che conteneva il fulcro sacro del luogo. Ma prima di passare a mezzi sbrigativi e sanguinosi, l’esercito e la compagnia interessata al ricchissimo giacimento tentano la via della diplomazia mandando alcuni agenti speciali a trattare con gli irragionevoli selvaggi. Chiaramente non possono andarci così come sono perché i Na’Vi non si fiderebbero. Quindi, grazie alle ricerche di una scienziata, Sigourney Weaver, i corpi speciali, fra cui il paraplegico Jake al quale sono state promesse un paio di gambe nuove a fine missione, entrano in delle camere iperbariche che li trasportano ognuno dentro un corpo di un Na’Vi, il loro Avatar, appunto. Una sorta di trasmigrazione dell’anima temporanea. Per farli ritornare o uscire da quella dimensione virtuale basta premere un bottone rosso accanto al grosso cilindro dove i corpi originali riposano sognando la vita del proprio Avatar.

Non sto a farla tanto lunga e non voglio dirvi proprio tutto, se no rischiate di non voler più andarlo a vedere il film, mettendo in pericolo i guadagni di Cameron e le prospettive per un inevitabile sequel. Comunque come era prevedibile Jake s’identifica un po’ troppo con il suo Avatar e banalmente gli viene una voglia matta di zaheluarsi una Na’vi’zia. La quale sembra non disdegnare di unire la sua coda con quella del finto Na’Vi. Poi alla zaheluata segue l’amore vero. Jake sotto le spoglie del suo Avatar selvaggio si appassiona alla causa del popolo Na’Vi e diventa un po’ uno Stokely Carmichael digitale, il leader delle Pantere Nere degli anni Sessanta in America. D’altronde i Na‘Vi hanno proprio la faccia da felini, anche se sono bluastri e non neri. Ritornato nel suo corpo normale, Jake tenta di convincere i colleghi bianchi a non distruggere il mondo dei Na’Vi. Loro, per il bene del film, se ne fregano. Ma come la Corea, il Vietnam, l’Iraq e l’Afghanistan, anche Pandora si trasforma da terra di conquista in una trappola mortale.

I Na’Vi si ribellano comandati da Jake che, dopo essere caduto in disgrazia, riguadagna la fiducia dei micioni indigeni arrivando a cavallo, come l’Astolfo dell’Orlando Furioso, di una specie di orribile ippogrifo rosso che pare solo altre due persone nella storia dei Na’Vi fossero riusciti a cavalcare con successo. Tutto questo non scordatevelo sempre in 3D. Ve lo dico perché uno, guardando il film, si dimentica della maledetta terza dimensione e s’immerge come in ogni altro film d’azione nella storia. Solo ogni tanto, guardandosi attorno, si ha la sensazione, vedendo tutta la gente con gli occhiali neri, di essere in una sala dell’istituto per ciechi. Non c’è la musica dei Doors, This is the end, anche se a questo punto «we hope is the end», speriamo sia la fine, ad accompagnare le scene finali di Avatar. Non c’è nemmeno il volto di Brando-Kurtz che ci ricorda l’orrore. Ma ci sono gli enormi occhioni terrorizzati dei chernobyllati abitanti di Pandora, mentre vedono bruciare la propria foresta, dove ogni fiore è grande come la cupola di San Pietro.

Non mi sorprenderei se James Cameron trovasse anche Cuore di Tenebra di Joseph Conrad un po’ piatto rispetto alla sua wagneriana fatica tridimesionale. Dovrebbe però studiare, anche se qualche lacrimuccia reale riesce a strapparla, la possibilità di creare, con la sofisticatissima tecnologia a sua disposizione, anche il 4D, dove per quarta dimensione s’intende l’emozione che in Avatar lascia un po’ a desiderare. Comunque è sicuramente un film che va visto. Non fosse altro per poter dire a coloro che per caso non lo vedranno che non avranno perso troppo. Anche perché un secondo costruito con 2400 ore un po’ noioso lo è per forza. Se il futuro sarà tutto a tre dimensioni, come dice e spera James Cameron, chi era abituato ad avere più spazio nella propria fantasia dovrà abituarsi. Io, intanto, sto pensando di fargli causa. Uscendo dalla sala ancora in uno stato tridimensionale, ma privato degli occhiali scuri, ho pensato che la vetrata del cinema fosse ancora virtuale sbattendoci la testa contro. La reazione è stata da vero Na’Vi: «M’avatar a fan…».

(da Il Riformista, lunedì, 4 gennaio 2010)